S P E C I A L E

 

GLI ITALIANI IN VENEZUELA E

 LA RIVOLUZIONE DI CHAVEZ

 Piero Armenti

22 giugno 2005, una data storica

 

E’ il 22 giugno 2005,  il salone Ayacucho, nel palazzo del presidente Chàvez, è strapieno. Sono presenti alcuni dei nomi di spicco della comunità italiana, c’è l’imprenditore Filippo Sindoni, che pochi mesi dopo verrà ucciso durante un sequestro, c’è l’ambasciatore italiano, Gerardo Carante, i membri venezuelani del Cgie (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero), e una platea di imprenditori assieme ai molti presidenti di associazioni italiane . Infine qualche assenza che pesa: non c’è Gaetano Bafile, direttore fondatore della Voce d’Italia, l’unico quotidiano italiano in Sud-America.

  E’ un giorno storico per i burrascosi rapporti  tra la comunità italiana e il presidente rivoluzionario. Nelle intenzione del nostro ambasciatore, organizzatore dell’evento,  questo doveva essere ricordato come  il giorno della definitiva pacificazione, dopo due anni di distacco, se non di aperta opposizione.

La televisione del governo trasmette in diretta tutta la cerimonia. Qualcosa però non va: arrivano alla redazione della “La Voce d’Italia” e-mail e telefonate di protesta. Molti  italiani non ci stanno. Vogliono vederci chiaro.

 Ad essere sotto accusa è ancora una volta l’ambasciatore Carante, già ai minimi storici di popolarità per aver più volte affermato che gli emigrati stanno in ottima forma, nonostante la crisi del 2002-2003 (15% del Pil venezuelano perso per strada). Lo disse, con presunzione, anche durante la visita di una commissione guidata dal Senatore Learco Saporito. Prese la parola, tra un pasticcino e l’altro nel lussuoso Centro Italiano Venezuelano di Caracas, e punzecchiò i presenti:  “ Il 99% della comunitá italiana sta bene”. Molti lo guardarono seccati.

Bene? Non sembrerebbe. La Cavenit (Camera di Commercio Italiano-Venezuelana), di cui pur l’ambasciatore è presidente onorario, fa fatica a tenere  il conto delle imprese di connazionali che falliscono ogni giorno, il Consolato è preso d’assalto per il passaporto, anche i patronati lanciano un allarme sulle medicine di cui molti italiani non dispongono. Aiuti arrivano dalle Regioni: il Lazio, per esempio, manda i farmaci per i degenti, la Voce d’Italia è in prima fila nell’appoggiare le richieste di aiuto.  Ma per l’Ambasciatore la comunità italiana sta bene, come ai tempi d’oro, quei magnifici anni ’70 che per il Venezuela rappresentano la  Dolce Vita, grazie ai prezzi del petrolio alle stelle.

L’incontro con Chàvez aumenta il rancore verso il vertice della diplomazia italiana: molti si sentono presi in giro  da una cerimonia che gli italiani non hanno mai voluto. Un atto di affiliazione governativa che nessuna altra comunità, né quella portoghese né quella spagnola, aveva messo in pratica. “Perché noi?” si chiedono.

Gli italiani in Venezuela, indipendentemente dalle proprie idee politiche, ovviamente variegate,  non vogliono esser politicizzati, temono che un giorno qualcuno possa dire che hanno appoggiato Chàvez, avendo negli occhi le immagini televisive, e si replichi così un altro ’58.

 Cosa successe nel’ 58? E’ questo l’anno che cambia il rapporto tra gli emigrati e la politica. Cade, grazie ad una sollevazione popolare, il dittatore Perez Jimenez. Inizia la caccia all’italiano. Il motivo è semplice: i nostri connazionali sono stati tra i primi a fare affari con il dittatore, per ben 10 anni: alcuni avevano appoggiato apertamente il leviatano, finanziandolo senza timori. Un nome tra tutti, Filippo Gagliardi. In Venezuela  personaggio innominabile, ma osannato nel cilento salernitano per le sue donazioni al comune di Teggiano ( la cattedrale, la caserma dei carabinieri, l'asilo, il convento dei cappuccini e 105 case ai meno abbienti).

Per gli italiani, il trauma del ‘58 rappresenta uno spartiacque: da allora niente più politica e solo affari. “Ecco- sostiene Mauro Bafile, vicedirettore della Voce d’Italia- e se domani Chavez dovesse cadere, e fossimo oggetto di un’altra persecuzione?  E poi l’Ambasciatore Carante ci ha chiesto se volevano questo incontro?”

Sì, risponde l’Ambasciatore in una lunga lettera pubblicata sempre sulla Voce d’Italia. “l' Ambasciata ha consultato, né avrebbe potuto essere altrimenti, gli organi rappresentativi della collettivitá, i quali sono stati tutti solidali nella loro volontá di instaurare un dialogo con il Governo venezuelano”. “Peccato che gli italiani interrogati in realtà siano poco rappresentativi della comunità, pensano solo agli affari loro”, sospira Mauro Bafile.

 

 La vera ragione dell’incontro: il  progetto  ferroviario

 

Ma ancor più dell’Ambasciatore a far arrabbiare gli italiani sono quei connazionali, fino a poco tempo prima acerrimi nemici dell’esecutivo, accorsi a stringere la mano al presidente, per fare affari. E’ la foto di un’imprenditore di Valencia assieme a Chàvez, sempre pubblicata dalla Voce d’Italia, a suscitare scalpore: quell’imprenditore durante la crisi del 2002-2003 era tra i più antichavisti che la comunità abbia mai avuto. In definitiva, la domanda che affligge, e divide, è questa: “E’ lecito fare affari e dimenticare i propri ideali politici?”. Enigma che non riguarda la  diplomazia italiana: prima di tutto bisogna migliorare i rapporti economici tra i due paesi.              

Quell’incontro, infatti, al di là dell’aspetto cerimoniale, aveva un significato decisamente economico: le cose si chiarirono pochi mesi dopo. E’ il 29 novembre, atterra a Caracas il vice-ministro per le attività produttive Adolfo Urso con al seguito una nugolo di giornalisti,e di fianco le multinazionali italiane Astaldi ed Impregilo. Grazie all’azione del governo italiano, le due multinazionali firmano un accordo per la costruzione di una linea  ferroviaria che collega Caracas al Brasile. Mille chilometri, ed una commessa da 2,2 miliardi di dollari che con l’indotto porterà ad un giro d’affari di 7 miliardi. La Borsa di Milano premia la scelta, e Urso brinda ad un risultato importante e per niente scontato: il ministro venezuelano Jorge Giordani avrebbe voluto affidare il progetto a brasiliani o cinesi. Il 22 giugno servì anche a questo, a sbaragliare la concorrenza.

Allora la comunità italiana è stata strumentalizzata per  favorire le multinazionali italiane? Anche in questo caso la storia sembra ripetersi. Erano sempre i tempi della dittatura, e  7 siciliani scomparvero nel nulla, furono trovati morti settimane dopo[1]. Quando Gaetano Bafile, giornalista, partigiano, si recò dall’ambasciatore Giugni sollecitando un intervento dell’Italia per aiutare i propri connazionali, questi, in lacrime, rispose che l’Italia non poteva scontrarsi con il dittatore. Erano i tempi delle ricostruzioni, e avevamo bisogno dell’acciaio venezuelano. Ancora una volta le ragione di stato sembrava surclassare quelle della dignità umana

Eppure l’accordo ferroviario è stato indubbiamente un punto a favore della nostra diplomazia: è riuscito a migliorare i rapporti tra alcuni imprenditori italiani ( che si leccano i baffi pensando all’indotto) l’Ambasciatore, Chàvez ed il “sistema Italia”. Ma dietro tutto questo c’è una gran parte di connazionali fuori dal giro , dai meccanici ai produttori di scarpe,  che non ama Chàvez,  non sopporta di essere ignorata o manipolata per il benessere delle multinazionali, teme per il proprio futuro e quello dei propri figli, ha difficoltà a far sentire la propria voce.

 

Chàvez non  odia gli italiani

 

Essere strumentalizzati dà fastidio soprattutto perchè la maggioranza degli emigrati è estremamente critica rispetto alle politiche del governo. Percentuali precise non ce ne sono,  eppure il disamore verso il leader rivoluzionario è palese, basta chiacchierare qualche minuto al Gran Caffè di Sabana Grande, o con i patronati, o nel Centro Italiano Venezuelano, una costruzione mastodontica su una collina di Caracas tirata su con i soldi degli emigranti.

E’ un disamore a senso unico, perchè Chàvez non lo ricambia. Nel nuovo corso bolivariano non sono mai state pronunciate minacce di tipo “razziali” contro italiani o altre nazionalità. Eppure ogni tanto c’è la paura che il risentimento sociale possa liberare eccessi razzistici. Lo sa bene la comunità, che il 12 ottobre del 2004 visse con gli occhi sgranati una giornata particolare.

Il 12 ottobre è un giorno di festa nel nuovo continente: si festeggia Cristoforo Colombo, e l’incontro tra i due mondi, ma in Venezuela questa festività è stata reinterpretata come il giorno della resistenza indigena.

 Quel giorno alcuni studenti della Universidad Central de Venezuela (che si ritrovano attorno al sito www.aporrea.org) armati di corde, buttarono già  la statua di Cristoforo Colombo, l’italiano, trascinandola  per la città con un cappio al collo, e giudicandola colpevole di genocidio. Non era un gesto anti- italiano e nemmeno nuovo, già in Honduras nel 1998 era successo qualcosa di simile, atti di ribellione spontanei contro il primo colonialismo, che non ci riguarda, ci sono ovunque. Eppure la comunità  ebbe il timore di essere anche lei bersaglio del risentimento sociale covato un questi ultimi venti anni di povertà latinoamericana, cristallizzatosi nell’abbattimento del navigatore genovese. Quel giorno la commozione fu forte, propiziata dalle immagini di un Colombo pacifico, trascinato miserabilmente per strada, con un cappio al collo e imbrattato di vernice rossa.  Ancora una volta le telefonate di protesta occuparono i centralini della Voce d’Italia e fece seguito anche il reclamo formale da parte dell’Ambasciatore: questa volta però il governo non c’entrava niente e il bersaglio non eravamo noi. In effetti la paura di risentimenti razziali è infondata, gli italiani non sono mai stati colonizzatori dell’America Latina. Quando, infatti, arrivarono negli anni ‘50 e ’70 del secolo scorso, vennero perchè incoraggiati dalle autorità venezuelane, che avevano bisogno di manodopera e lavoratori qualificati. Se c’è, quindi, un pregiudizio razziale nei confronti degli italiani, è in positivo.

L’ex-comandante è il primo a riconoscerlo:  ogni volta che può, non manca di sottolineare l’importanza dei legami tra la nazione di Garibaldi e quella di Bolivar, legami rinsaldati dalla nuovissima festa dell’amicizia italiano-venezuelano, voluta proprio dal Presidente e fissata per il 15 agosto, il giorno in cui Simon Bolivar, mito insuperato della storia venezuelana, ha giurato sul Montesacro[2]per l’indipendenza del paese .

Chàvez considera quello italiano un popolo fraterno: Augustin Codazzi, primo cartografo, aveva natali peninsulari. Di noi, l’ex-comandante, apprezza il senso familiare, il senso di appartenenza e lo spirito pacifico: lo ha sottolineato in occasione dell’incontro col vice-ministro Urso: prese la parola e sottolineò che gli italiani “non hanno vocazione imperialista”. Ma se Chàvez ama gli italiani perché non è ricambiato?

 

Perché gli italiani non amano la rivoluzione?

 

Si tende a considerare la comunità come un corpo politico uniforme. Non è così: è omogenea per condizioni socio-economiche, ma variegata per idee poltiche.  Condivide la stessa memoria storica, c’è in comune la  traversata oceanica, le aspirazioni, le difficoltà dei primi tempi. Tutto è stato vissuto all’insegna dall’american dream, che all’epoca degli esodi poteva essere realizzato anche in Venezuela, terra benedetta dal petrolio. L’essere omogenea economicamente, verso l’alto, è dipeso da  una normale auto-selezione: rimaneva in Venezuela solo chi riusciva a mantenere un buon tenore di vita (e finiva per amare il paese), in caso contrario meglio tornare in Italia: maggiori garanzie sociali.

Contro Chàvez possono essere individuati tre settori di critica italiana: da destra, da sinistra e da centro.

La critica “da destra” è probabilmente quella maggioritaria (alle politiche di aprile nella comunità  italovenezuelana la destra, divisa, ha ottenuto 46%, la sinistra 37%).

Ad animare l’antichavismo di destra è la convinzione che la rivoluzione venezuelana sia anti-democratica ed illiberale. Chàvez è  considerato un dittatore che manipola le elezioni per eternarsi al potere come Fidel Castro.  Non serve a dimostrare il contrario la quantità di giornali liberi che ogni giorno criticano liberamente il governo: la convinzione dittatoriale è molto radicata, alimentata dalle reti televisive private[3], e abbinata all’altra accusa: promuovere il comunismo, convinzione rafforzata dai continui abbracci tra Fidel ed Hugo, e da una certa retorica di stile sovietico[4] . Basta guardare il portare www.vcrisis.com per leggere alcune loro argomentazioni. Qui, a dimostrazione di come questa parte sia legata a Forza Italia, c’è  un editoriale di Rita Bettaglio intitolato “ Chavez, l’inesorabile avanzata del tiranno”. E’ un editoriale tratto da www.ragionpolitica.it, il dipartimento formazione culturale del partito di Berlusconi.

Se questa è la posizione della destra, passiamo alla critica centrista,  comune soprattutto agli imprenditori medio-piccoli.

Il governo non viene accusato di esser anti-democratico o illiberale (in Venezuela aprire un’impresa è facilissimo), ma semplicemente di non fare al meglio gli interessi del paese, attraverso una politica interna che allontana gli investimenti stranieri, e un atteggiamento sbruffone in politica estera che fa perdere credibilità.

Accusano Chàvez di utilizzare un linguaggio che scoraggia gli imprenditori, in continua fibrillazione per le proprie proprietà. I dati che spaventano il “centro”, come dicevamo,  sono quelli sulla diminuzione degli investimenti stranieri, per esempio nel primo semestre del 2005 gli investimenti erano di 681 milioni di dollari, pochi anni prima, nel 1998, erano invece 3362 milioni, cinque volte di più. Questo “centro” è anche il primo ad applaudire il governo per il progetto di una ferrovia affidata alle multinazionali italiane: grazie all’indotto e al progetto di creare nuclei industriali nostrani lungo la linea ferroviaria, potranno guadagnarci anche loro.

C’è poi la sinistra anti-chavista, formata soprattutto dai professionisti. Apprezzano l’interesse sociale di Chàvez e sanno bene che l’appoggio popolare è effettivo, dovuto ad un capillare impegno nelle zone povere. Non sopportano però gli atteggiamenti e i toni populistici di un Presidente che chiama cucciolo ammaestrato  Vicente Fox (ex presidente messicano), offende chi non la pensa come lui, punta ad accentrare i poteri, e assiste i poveri senza prospettar loro nessuna possibilità di fuoriuscita dalla miseria: se le imprese non investono chi crea posti di lavoro? Guardano con fiducia alla moderazione di Lula in Brasile, della Bachelet in Cile, e vedono in Teodoro Petkoff, prossimo sfidante di Chàvez ed ex guerrigliero, il loro leader di riferimento. Di questa sinistra è elemento di spicco Marisa Bafile, figlia di Gaetano Bafile, eletta nelle fila dei Ds come “estera” del parlamento italiano. Ne fa parte Massimo Desiato, filosofo italo-venezuelano apprezzato, proveniente dalla sinistra extra-parlamentare italiana degli anni ’70.

Ci sono infine anche gli italiani chavisti  riuniti nei circoli bolivariani. Sono una sparuta minoranza, in crescita, vista l’aumentata popolarità di Chàvez, e in lui riconoscono una originale possibilità di riscatto per le classi povere: in genere sono molto critici con i propri connazionali, considerati incolti e affaristi. Nuovissimo punto di riferimento è il portale http://www.lapatriagrande.net/ , diretto da Attilio Folliero, ex-dipendente del Consolato Generale d'Italia a Caracas

 

Perché gli italiani non possono identificarsi con Chàvez?

 

Ma ancora più in là delle idee politiche, ciò che rende impossibile il legame tra italiani e Chàvez è la mancata identificazione. Chàvez ha una forte connotazione popolare, parla la lingua del popolo, canta le canzoni del popolo, replica alla perfezione gli stessi gesti che vedi nei barrios: sono i gesti della sua gente, i diseredati, i miserabili. La massa  a cui si riferisce è il popolo-povertà di Norberto Ceresole, filosofo argentino, cioè coloro che non sono riusciti ad incrociare la retta del progresso, coloro che dalla liberalizzazione non sono stati beneficiati, e vivono in perenne difficoltà: lavoro nero, nessuna garanzia, mancanza di servizi minimi. La rivoluzione è appoggiata dal popolo nella stessa misura in cui è criticata dalla classe medio-alta, a cui appartengo gli italiani e le cui esigenze sono messe in secondo piano. La sfida della rivoluzione bolivariana non li include, perchè la priorità è  ridare una nuova centralità alle periferie: fiducia, serivizi, voglia di riscatto. Bandito l’american dream, messo da partel’individualismo dell’uomo che si afferma contro tutto e tutti, si punta riscatto della comunità, del gruppo, della societas . Non viene promessa ricchezza sullo stile europeo (almeno nell’immediato), ma equilibrio: scuole che funzionano, assistenza, strade pulite, case dignitose. Queste cose gli italiani già ce l’hanno, i loro problemi sono altri (tipo i sequestri) e su queste cose non si sentono ascoltati: si consuma così una improbabile luna di miele.

 

Seconda Parte


 

[1] La tragedia fu ripresa anche da Gabriel Garcia Marquez. Riprodotta nella raccolta di reportage  “ Cuando era feliz e indocumentado”, 1974, Plaza &Janes Editores, Barcelona

[2] Roma, 15 agosto 1805

[3] prima tra tutte Globovison

[4] Memorabile la frase di Chàvez che ha animato il dibattito un anno intero. “Ser rico es malo”: essere ricchi è negativo



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