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15 gennaio 2007 Rio de Janeiro
Se San Paolo è la capitale economica, Brasilia quella politica, Rio de Janeiro è il Brasile per sublimazione. Da un lato all’altro si gioca a calcio, ma nel Maracanà se ne festeggia il rito magico. Si balla ovunque, ma solo nel Carnevale di Rio il ballo è follia e peccato. RIO DE JANEIRO- E’ giovane, è bella, il corpo dorato dal sole di Ipanema “se lei sapesse che quando passa il mondo intero si riempie di grazia”, è la conclusione della seconda canzone più cantata al mondo “Garota de Ipanema”, scritta dal poeta Vinicius de Moraes e Tom Jobim, entrambi l’anima, l’estro, la voce e le parole di Rio de Janeiro. Sono “pacifici” i miti fondativi di un Brasile che quando ha cercato un minimo comune denominatore l’ha ritrovato non in guerrieri o rivoluzionari, ma nella musica, quella che canta le cose semplici, o negli scrittori come Jorge Amado, osannato da vera star a Salvador de Bahia. “Garota di Ipanema” non è solo l’inno popolare del Brasile, ma la fotografia dello stato d’animo che percorre le sue strade. Uno stato d’animo che non serve a nascondere i problemi (ci sono e sono tanti) ma ad affrontarli con un certo ottimismo. L’aeroporto musicale Rio de Janeiro mette in chiaro le priorità della vita fin dal nome dell’aeroporto: se Parigi dedica il proprio scalo ad un generale, Caracas a Bolivar, Rio lo dedica a Tom Jobim, il cantante simbolo della Bossa Nova, il movimento musicale che degli anni ’50 ha espresso le speranze dei ragazzi universitari. “Garota de Ipanema”, e il movimento di cui è vetta, fa il giro del mondo (memorabile una interpretazione di Frank Sinatra e Tom Jobim), svanisce per poi rimanere cristallizzata nei cd da collezione. La “Bossa Nova è stato il primo tentativo della classe media brasiliana di sembrare americana” scrive nel 1979 il critico Ramos Tiñorao, ma soprattutto è il piede di porco con cui il Brasile ha scardinato i fortini occidentali, proponendo una musica assolutamente originale. Il Brasile per sublimazione Se San Paolo è la capitale economica, Brasilia quella politica, Rio de Janeiro è il Brasile per sublimazione. Da un lato a l’altro del paese i ragazzini incollano la palla al piede, sfuggono alla difesa, segnano goal spettacolari, ma è Rio che festeggia il rito magico del calcio, nello stadio più grande al mondo, il Maracanà, costruito per festeggiare l’idea di progresso del modernismo degli anni ’40 e ’50, ma immediatamente mortificato da quella maledetta partita, mai rimossa dalla memoria collettiva: la finale mondiale contro l’Uruguay persa 2 a 1 nel 1950. Una partita già vinta contro un paese minuscolo di cui si sapeva ben poco. Se la Samba, musica popolare di origine africana, scatena i corpi in un ballo non tarantolato, ma pizzicato, fino nei meandri più remoti del paese, è a Rio che la samba diventa peccato perpetuo, concessione collettiva alla pazzia nella settimana carnevalesca (immortalata dalle pitture di Di Cavalcanti). Carnevale desiderato, invidiato, trasmesso in mondovisione nelle case dell’Europa infreddolita con i piedi vicini al caminetto. E quando la classe media brasiliana ha pensato di poter crescere, negli anni ’50, è sempre a Rio che ha espresso il proprio buon umore, l’ottimismo sospirato attraverso la Bossa Nova, filiazione tropicale del Jazz per alcuni, novità musicale con influssi della samba per altri. E la letteratura? Basta citare Paolo Coehlo, di Rio anche lui. Sintesi dell'America Latina Ma se questa città bendetta dal Cristo affilato è sublimazione del Brasile, quest’ultimo a sua volta è sintesi perfetta dell’ America Latina: ne include tutte le contraddizioni, le ingigantisce, le comunica alle altre metropoli (attraverso le proprie elite culturali) per poi fare un passo indietro e sottolineare la propria diversità, per un percorso storico differente che l’ha isolata dagli altri paesi. Imperiale e portoghese Di lingua portoghese, il Brasile è stata l'unica colonia del nuovo mondo a fungere da sede per un monarca europeo, nel 1808 re Dom Joao VI vi arriva in fuga per l’avanzata napoleonica. Nel 1822 il figlio del principe reggente (Dom Pedro), che era rimasto in America Latina per governare la colonia dopo che il padre aveva fatto ritorno nella madrepatria, sguaina la spada e lancia il grido 'Independência ou morte!'. Il Portogallo non ha forza sufficiente per combattere e il paese diventa indipendente senza una sola goccia di sangue. Nel 1889 un colpo di stato militare appoggiato dai grossi proprietari delle piantagioni di caffè pone fine all'impero brasiliano, dà vita alla repubblica. Nei successivi 40 anni il paese viene governato da una serie di presidenti militari e civili il cui operato è in realtà sottoposto al controllo delle forze armate. Dunque nè Bolivar nè San Martin, ma un’indipendeza pacifica, per il paese che più di tutti in America Latina è riuscito a formare una identità culturale forte cioè una nazione. Il Brasile si vivifica nel Carnevale, si esalta nel calcio, rimpiange di non essere quel paese moderno che il vecchio presidente nazionalista Getulio Vargas, morto suicida, voleva costruire a partire degli anni ‘30. Ma se si guarda allo specchio, e si vede ancora “in via di sviluppo”, sopporta col sorriso questa onta grazie all’orgoglio per la propria identità, che fa da collante per le classi sociali in perenne conflitto, e in più ha il merito di legarle alla tradizione. La città dei giovani I giovani, meno attaccati alla “brasilianità” (è fisiologico), seguono le mode internazionali, ascoltano il Funk, ritmo capace di scatenare in casermoni con le luci psichedeliche migliaia di ragazzi scesi dalle favelas, ma anche quelli delle classi alte scesi invece dalla macchina di papà. Il funk parla di sesso, di droga, di violenza. Per i giovani benestanti è moda, per molti è vita vera, in un paese in vetta alle classifica per diseguaglianze e violenza. Difficile allora nascondere la realtà tragica delle periferie, che contrasta con l’immagine da cartolina della Rio del sud, con i suoi boulevard e i suoi ristorantini alla moda. Sono pochi quelli che chiudono gli occhi per non vedere l’altra parte della città, e così quando al cinema trasmettono “Ciudad de dios”, sulla vita nelle favelas, il film di Fernando Meirelles diventa campione d’incassi: ha il merito di svelare il sottile equilibrio che regge questa megalopoli, come tutte affollata e quindi costretta a comprimere in sè tante ingiustizie. I conflitti Come una pentola a pressione troppo calda, la città è sul punto di scoppiare. Prima del capodanno i narcotrafficanti si scatenano contro polizia e civili. In una sola notte 18 morti, una modella sfigurata. Prendono di mira gli le stazioni di polizia, arrivano armati fino ai denti, sparano, lanciano bombe, attaccano pullman. E’ la perenne lotta tra lo stato e il narcotraffico, ed è anche il segnale che il sottile equilibrio metropolitano si può rompere quando lo stato si intromette troppo. Nelle zone povere, brulicanti di ragazzini che vivi serviranno solo come manodopera poco qualificata, la droga e la prostituzione diventano gli unici canali di sbocco, gli unici in cui scaricare il proprio desiderio di emersione. Per tanti vale la pena impugnare il fucile gettarsi nella mischia. “Ho già ammazzato, ho già rubato” dice un ragazzino di pochi anni, in Ciudad de Dios. Ma se allora il Brasile è anche questo ti chiedi quanto valga la buona musica, il buon cibo, le belle spiagge, il suo carnevale, i miti di calcio, quanto valga tutto questo agli occhi di chi è rimasto fuori. 16 gennaio 2007 Brasile, il paese che può trascinare l’America Latina
RIO DE JANEIRO- Il Brasile non può avere dubbi sul proprio destino di potenza continentale: è il paese in America Latina con più abitanti (180 milioni), quello con il tessuto industriale più sviluppato (solo San Paolo ha il prodotto interno lordo dell’Argentina), produzione militare avanzata, anche senza essere una potenza nucleare. E così, forte di questa consapevolezza, cerca di acquistare punti agli occhi della comunità internazionale. Lula non strilla, non proclama di voler distruggere l’Impero. Nell’Impero vuole entrarci come piccolo gigante, trascinandosi dietro tutti i paesi del continente, a iniziare dall’Argentina che ricambia l’interesse con una certa diffidenza. Se i negoziati dell’Alca sono falliti il merito è anche di Lula: agli Stati Uniti, impegnati sul fronte mediorientale, vuole sottrarre i mercati dell’America Latina. Perfetto esempio è il Venezuela, vista dalle elite nazionali brasiliane come una grande occasione, perché importa tanto e non richiede grandi standard di qualità. Consiglio di Sicurezza Nell’era del multipolarismo il paese di Ronaldo, delle modelle, del Carnevale, ha un solo obiettivo: contare di più. La stessa ambizione della Cina, dell’India, del Sud Africa. Proprio per raggiungere questo risultato ha lanciato il proprio assalto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu allo scopo di diventarne membro permanente senza diritto di veto. Un obiettivo che condivide con la Germania, il Giappone, l’India (G4) ma che è ostacolato dalla vicina Argentina, timorosa di vedersi ancora di più marginalizzata. Il Brasile non è l’unico paese dei G4 ad avere un nemico quasi in casa, contro la Germania c’è l’Italia, contro l’India il Pakistan, contro il Giappone la Cina. Nonostante però le difficoltà il Consiglio di Sicurezza è la sfida più difficile, ma anche più stimolante: quel posto è una garanzia indiretta contro le voci che minacciano di decurtarla di una parte del territorio, quell’Amazzonia, polmone verde della Terra (in costante pericolo) , che gli Usa minacciano di voler internazionalizzare (Allora perché non internazionalizziamo il petrolio di tutti i paesi, rispondono infastiditi dal ministero). Haiti Diventare grandi include anche l’assunzione di responsabilità maggiori, sfida che il governo non teme. Dal 2004 il paese è a capo di una forza di pace ad Haiti. Il Brasile ha inviato un contingente di 1200 soldati, un impegno che va più in là dei propri interessi economico-finanziari: è una questione morale. E’ un esempio, come ha sostenuto il ministro degli Esteri Amorim, di diplomazia solidaria, per un Brasile “profondamente compromesso con Haiti, soprattutto emotivamente”. Contro l’Impero Alle aspirazioni in politica estera, Lula coniuga anche un forte senso della dignità e della sovranità popolare, in questo non manca una certa coincidenza con il mandatario venezolano. Entrambi condividono la’antimperialismo, solo che nel caso di Lula è smorzato ma coerente. Bastino due esempi: l’applicazione del principio di reciprocità nei confronti dei nord-americani che vogliono entrare in Brasile e la soppressione dell’inglese come lingua obbligatoria nel concorso diplomatico. Il gas boliviano Eppure sono in molti ad avere il sospetto che la lotta all’imperialismo nasconda il desiderio di creare l’impero del Brasile in America Latina. Il dubbio viene alimentato da certi comportamenti, come nel caso della nazionalizzazione del gas boliviano, che ha visto coinvolta la multinazionale Petrobras. Era legittimo difendersi, per fare gli interessi nazionali, ma “non possiamo utilizzare gli stessi strumenti che abbiamo condannato in passato quando erano utilizzati dalle grandi potenze contro di noi, non sarà con discorsi nazionalisti, con offese al popolo e al governo boliviano e con mezzi muscolari che avanzeremo nella difesa dei nostri interessi” dice Ricardo Seitenfus, professore universitario e consulente del governo brasiliano. G20 La strategia economica di Lula è meno roboante di quella di Chávez, ma altrettanto decisa nel voler riequilibrare lo scompenso tra nord e sud e consolidare una nuova geografia commerciale. Durante l’incontro WTO di Cancun Lula ha favorito la nascita del G20. Comprende l’economie dei paesi non industrializzati. E’ una risposta al G8 molto meno ideologica dei Non Allineati, con l’obiettivo di spingere le economie avanzate a ridurre le barriere che impediscono l’accesso ai loro mercati. Contro la fame A dimostrazione che il sud è una priorità del governo Lula basta analizzare l’agenda dei viaggi presidenziali, e compararli con quelli del presidente precedente Cardoso. Lula ha visitato in 6 anni 34 paesi in via di sviluppo contro i 13 di Cardoso (7 anni). Dietro questo attivismo c’è una cooerenza con il messaggio politico con cui il suo governo operaio e di sinistra si è presentato al mondo: fame zero, non solo in patria, ma ovunque, contro la globalizzazione dei mercati finanziari contro i popoli. Non si tratta di abbattere l’impero ma di riequilibralo, dando al capitalismo un volto umano. Come lo stesso Lula ripete, la politica è per gli esclusi, per i discriminati, per gli umiliati, per gli offesi” D’Alema, il grande amico del Brasile
Come vede la politica estera del primo mandato Lula? "Ha dato al Brasile un grande dinamismo, una grande capacità d'iniziativa che ha fatto del Paese un grande protagonista della politica internazionale, sia in ambito latinoamericano, sia sul piano internazionale. In secondo luogo credo che le esigenze portate avanti dal Brasile siano giuste: esiste un vecchio sistema che non riflette gli equilibri attuali ed esistono paesi emergenti che chiedono uno spazio maggiore. Credo che alcune modalità adoperate dal Brasile per soddisfare quelle esigenze e talune proposte avanzate dal Paese meritino una riflessione, poiché alcune scelte fatte dal Brasile, sia la battaglia per un seggio permanente nell'ONU, sia il modo in cui sono stati impostati i negoziati commerciali, non hanno dato i risultati che, forse, si sarebbero potuti raggiungere in altri modi". In relazione a quella di Fernando Henrique Cardoso, qual è la sua impressione sulla nuova rotta della politica estera con Lula? "La grande novità di Lula è stata che ha esercitato e vuole esercitare un forte ruolo a livello continentale. Il Brasile è sempre stato un grande Paese molto isolato in America Latina. Negli ultimi anni invece, ha sviluppato una forte politica in favore dell'integrazione latinoamericana, assumendo il ruolo di Paese leader nella regione. Un ruolo che gli appartiene per forza economica, numero di abitanti e dimensione territoriale. Credo che questo sia un fatto molto positivo. È anche importante che fin dall'inizio Lula abbia affermato che vede nell'Unione Europea un punto di riferimento, di partenza per creare una grande unione latinoamericana. Il Brasile ha oggi una politica che si focalizza molto sulla dimensione dell'America del Sud, anche perché il Messico e i Caraibi sono un' altra cosa". In che senso? "Nel senso che, per esempio, credo che sia importante che si sviluppi un dialogo tra Messico e Brasile, quale cardine della costruzione di un'entità latinoamericana che non interessi solamente il Continente sudamericano". 18 gennaio 2006 Brasile chiama Italia: 'AIUTATECI A RESTAURARE LA COLLEZIONE ESTRUSCA'. SERVONO FONDI
RIO DE JANEIRO- Rubens Piovano è il direttore
dell'Istituto Italiano di Cultura di Rio de Janeiro. E' piombato a Rio pochi
mesi fa, settembre, ma si è calato nella realtà cittadina con estrema
lucidità. Rio è una piazza molto competitiva e non si può perdere tempo: ci
sono 220 congressi l'anno, 220 opportunità per rendere visibile l'Italia. Lo
incontriamo nei giorni in cui Rio è sotto assedio. La lotta tra i
narcotrafficanti e la polizia terrorizza i suoi cittadini "E' una pentola
che rischia di scoppiare" commenta. Gran parte del suo lavoro lo ha svolto
presso gli Istituti di Siviglia e di Los Angeles, è nuovo in un paese
latinoamericano.
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