...Lisa sono io, e quel giorno non l’incontrai...
Otto minuti

“Ho appena 8 minuti. Questo è il tempo che mi sono concesso per
avvicinare la mia bocca alla tua. Ho 8 minuti e nulla più, perché se
non pongo limiti temporali, non riuscirò mai a baciarti. Anche
quest’anno ho dovuto aspettare l’estate per cercare di colmare
questa mortificante lacuna. Non ho mai baciato una donna. Sono un
uomo maturo, di oramai 28 anni, con la barba, un bel sorriso, uscito
vivo, con appena sei mesi di rigido regime alimentare, dalla
dannazione delle dannazioni:essere grasso, ed esserlo d’estate,
quando al mare l’ondeggiarsi budinoso della carne mortifica di più.
Tu mi ami. Su questo non devo aver dubbi. Sono intelligente, ho
studiato giurisprudenza, sono stato il più giovane del mio corso a
finire gli studi. Dopo due anni ho iniziato a firmare i primi atti
giudiziari, e grazie ad un certo talento sono entrato come giovane
rampante nello studio di mio zio, uno dei più rinomati della città.
Tra due anni sarò un trentenne, ed è venuta l’ora di superare quest’ultimo
problema, mai confessato a nessuna donna.
Non m’interessa fare l’amore, e per farlo sono già andato a letto
con le più belle puttane della mia città; puttane, eppure, non sono
mai riuscito a baciarne una. E poi le odiavo tutte, nessuna si
risparmiava commenti inutili, perché sottolineare quanto sembrassi
vecchio?
Ora che sono magro, e ascolta l’orgoglio con cui pronuncio ogni
singola lettera di questa parola(M-A-G-R-O), rivendico i miei
diritti naturali:il bacio, innanzitutto. Voglio baciarti oggi, 15
agosto, perché domani te ne andrai.
E dopodomani sarà troppo tardi. Ho già deciso: se non ci riesco mi
suicido.
Già ho pensato a tutto nei minimi particolari. Un salto nel vuoto,
una scogliera, sessanta metri di volo, e la mia testa che sbatte
ripetutamente contro gli scogli. Una scia di sangue, e il mio corpo
in pasto ai pesci.
Ci penserò dopo.
Adesso sto venendo da te, ho appena trascorso due ore nel traffico,
senza aria condizionata, e il sole a picco sulla mia faccia. Ho
mangiato poco, ma ne è valsa la pena: anche tu, come tutti, voglio
che mi dica “ti vedo meglio”, ed io mi sentirò un vincitore. O
magari, se proprio vorrai stupirmi, mi dirai che sono bello. Ti
confesso: fa caldo, ho fame, sono incazzato nero e temo che la
conversazione di rito sarà più banale del solito.
Le conversazioni con me sono quasi sempre banali. Io no. Banale
no, ma di certo nessuno perde tempo a cercarmi:non sono solare,
simpatico, non affronto argomenti interessanti. Rido poco. Ho
l’aspetto del ragioniere, i modi del ragioniere, e la mentalità del
ragioniere. Eppure questa mia normalità nasconde decisioni nette,
ragionate, coraggiose, degne di un vero leone, come adesso mi sento.
Baciarti o morire? Una scelta importante, una sfida che preparo da
tempo. Già so cosa succederà tra un po’. Ci sdraieremo sulla sabbia,
e inizierà il mio conto alla rovescia. Tu non capirai nulla, perché
mi avvicinerò a te con arguzia. Sarai preda inconsapevole di un
progetto calcolato millimetricamente. Ho portato una borsa piena di
giornali, fino in fondo, su cui poggerò la testa, i muscoli del
collo tesi potranno farmi spiare facilmente il quadrante
dell’orologio al polso. Questa volta è un cronometro digitale. Il
mio braccio, già ho fatto le prove, dovrà stare poggiato sul mio
ventre, perpendicolare al mio sguardo. Sarà un posizione innaturale,
ma per otto minuti potrò sopportare il dolore dei muscoli del collo,
e poi non te ne accorgerai. Tutto sarà innaturale ma io sarò un
ottimo attore.
L’anno scorso ho fallito nell’impresa. Era estate. E tu venivi qui
solo per pochi giorni. Avevi ingigantito le mie difficoltà perché,
come ogni estate, giocavi le tue carte migliori: un bel pantalone
corto da allungare all’infinito le gambe, belle, tornite ma
soprattutto abbronzate. E’ proprio da questo che nasce il mio
trauma. La tua fiorescenza estiva mi blocca, mi paralizza e dà
ragione ad una deduzione su cui da tempo andavo rimuginando, durante
quelle notti in cui fisso da solo il soffitto: se avessi avuto la
possibilità d’incontrarti d’inverno, quando il cappotto lungo copre
anche le ginocchia, i seni spariscono e la faccia bianca si allunga
nelle occhiaie, non avrei avuto problemi a prenderti da parte, e
sfoggiare la sicurezza di un seduttore maturo. Ma l’estate ti fa
rinascere, moltiplica i miei problemi, mi costringe a sforzi immensi
per cercare di organizzare tutto così bene, e con una tale
precisione, da non lasciar spazio a nessun margine d’errore. In
estate devo spiazzare la mia emotività, accentuata dalla tua
bellezza, e per farlo devo calcolare tutto in maniera geometrica.
Eppure, nonostante questa smania di pianificare, gli ultimi 15
secondi dell’estate scorsa sono stati un fallimento, e così, invece
di baciarti, sono andato via, con la coda tra le gambe. Avevo
iniziato male dal principio. In estate nessun possibile seduttore si
sognerebbe di vestirsi come ero conciato io: camicia bianca,
cravatta scura. Questo tocco di classe invece di darmi forza, mi
rese più debole. Mi sentii di colpo vecchio, fuori tempo, ma
soprattutto fuori tema, in una piazza estiva piena di ragazzotti in
motorino. Quest’anno, mentre mi avvio all’appuntamento, tutto mi si
chiarisce improvvisamente. Sto avendo una rivelazione, e come tale
un po’ mi terrorizza. L’intuito mi dice che questa sarà una delle
ultime occasioni per rimanere aggrappato al filo sottile
dell’adolescenza, età in cui normalmente si bacia per la prima volta
una donna. L’estate mi sorride, ha occhi teneri, mi concede una
tregua, l’ultima possibilità. Sarà così gentile per sempre? No, col
tempo si tramuterà in una matrigna infelice, ogni suo graffio il
ricordo della mia gioventù fallimentare.
Il caldo, la salsedine, la pelle che brucia, il profumo dei fiori,i
vestiti leggeri, la vacanza come pausa, trasgressione, peccato, per
me… minaccia di condanna. Per me è l’ultima chiamata, se va male, mi
suicido. E comunque sarebbe un suicido lo stesso continuare a vivere
come ho sempre fatto: i giorni tutti uguali al tribunale, i sabati
sera al cinema. La domenica a casa, qualche puttana”.
Signora,
qui la registrazione s’interrompe, riprende dopo,e il tono è più
concitato.
“Ho
trattenuto il fiato ed ho iniziato a fissare la tua bocca, a
immaginare che non fosse null’altro che un paio di labbra senza
significato. Nulla più. Mi sono sollevato leggermente per
appoggiarmi sul gomito, ho cercato di capire qual fosse l’altezza
giusta da cui poter planare il più semplicemente possibile su di te.
Il problema non era solo capire qual fosse l’altezza giusta, per
evitare di sembrare goffo, ma cercare di capire soprattutto come
gestire i tempi di avvicinamento: predispormi ad un moto costante
senza improvvise accelerazioni. Ero conscio che se mi fossi
avvicinato troppo velocemente, avrei potuto spaventarti, e qualora
non ti fossi accorta del mio gesto, avrei potuto sbattere col mio
muso sulla tua bocca. Se invece mi fossi avvicinato lentamente,
avrei rischiato non solo il mio infarto, ma avrei dovuto sospendere
nell’aria troppo tempo la mia testa, come una giraffa, e rischiare,
nel caso tu ti fossi mossa, repentini arretramenti. La velocità
giusta è sempre quella perfetta. Quella che rende le cose facili”.
Qui la registrazione termina, il nastro l’abbiamo trovato su una
scogliera, vent’anni fa. Da tutti gli elementi ci sembrò un
suicidio, ma non trovammo il corpo, forse i pescecani furono più
veloci di noi.
La ragazza che l’ha visto l’ultima volta non ha voluto dirci niente
di persona, dopo qualche mese ci ha fatto recapitare una carta, di
poche righe, con la risposta alle nostre domande.
“Io non mi chiamo Lisa, e lui non mi ha mai chiamato Lisa. Lisa non
sono io. Non so se l’abbia incontrata prima o dopo di me, quel
giorno. Non ho idea di che fine abbia fatto. Quel giorno
effettivamente ci siamo visti, mi è sembrato molto rilassato. Più
solare, più simpatico del solito. Ad un certo punto però ha iniziato
ad essere nervoso, mi ha confessato di non amarmi. In realtà mi è
sembrata una confessione strana, perché tra di noi c’era un semplice
rapporto professionale. Sì, insomma, cercate di capirmi. Mi pagava
per fare certe cose. Ogni estate da almeno tre anni. No, non ci
siamo baciati mai, né io ho mai insistito per farlo. Gli accordi
prevedevano sesso sì, ma solo sesso, nessun bacio. Vi prego,
mantenete la massima riservatezza”.
C’è
una pagina di un quaderno che la madre ci ha consegnato, si
riferisce al giorno prima del viaggio.
“Oggi mi ha chiamato Lisa. Un attimo prima che andassi in udienza.
Il giudice mi ha quasi cacciato dall’aula, ero nervoso, emozionato.
Domani finalmente arriverà al mare, e dopo un inverno ci rivedremo .
La raggiungerò, perché la desidero, desidero baciarla, baciarla
all’infinito, come un bambino. Devo recuperare, cancellare i miei
fallimenti”.
Questo
è tutto. Sono passati venti anni, ed il fascicolo è ancora qua.
Irrisolto.
Abbiamo cercato il corpo, niente da fare. La famiglia si è data per
vinta, hanno celebrato il funerale, venti anni fa. Vuole che le dica
cosa penso? Che è morto. Penso che abbia fatto un tuffo di sessanta
metri, e sia scomparso tra le onde del mare, se non fosse così
allora immagino stia in qualche isola dei Caraibi a godersi la vita,
con una bella mulatta che lo tiene stretto stretto, come un
orsacchiotto. Oggi, se fosse vivo, avrebbe 48 anni.
Quello che non si
è mai saputo è chi fosse quella Lisa che avrebbe dovuto baciare quel
giorno. L’ultima donna che incontrò, come anche lei ha potuto
leggere nella lettera, fu una semplice… amica, chiamiamola così. In
realtà più di tanto non ci è mai interessato sapere nulla di questo
caso. Se qualcuno vuole scomparire lo faccia liberamente, noi
abbiamo altro a cui pensare. Lei, piuttosto, perché s’interessa
tanto?
“
Lisa sono io, e quel giorno non l’incontrai. Ora sono una signora
matura, ho famiglia, allora ero poco più che una ragazzina, ed ero
innamorata di lui. Mi ricordava mio padre, in lui cercavo la stessa
maturità. Scomparve, e sposai un altro uomo, totalmente diverso.
Andai quel giorno all’appuntamento. Lui però non venne. Da allora la
mia vita è stata altro. Fino a ieri, però. Ieri è arrivata questa
lettera. Gliela lascio, perché io non ne ho più bisogno, lei invece
adesso potrà archiviare il caso”.
”Credimi, desideravo baciarti. Credimi, all’appuntamento stavo
venendo. Ma fu il bivio a distrarmi. Mi fermai e andai dalla parte
sbagliata. Ho incontrato quel giorno non te, ma un’altra donna, che
non amavo. Con lei era più facile stare bene, mi avrebbe consolato,
mi sarei sentito felice e non messo alla prova. Fui felice, ma durò
poco. Dopo corsi velocemente all’appuntamento, tu non c’eri, era
troppo tardi. Mi sono seduto lì, solo, a guardare il mare. Era quasi
sera. Bella, bellissima come sempre, così ti ho immaginata mentre
stavo sulla sabbia. La sfida la dovevo vincere, baciarti in otto
minuti. Sai che ho fatto? Ho calcolato la distanza, i tempi esatti,
e poi mi sono fiondato sulla tua bocca immaginaria. Ma era una bocca
irreale, ed io avevo fallito anche questa volta. Un’altra estate non
mi sarebbe stata più concessa. Optai per il suicidio. Ovviamente ci
sono tanti modi di morire, ed ho scelto quello che mi permettesse
anche di rinascere. Ho scelto la morte sociale, il suicidio sociale.
Odio il sangue, e il mio corpo in pasto ai pescecani non l’avrei
sopportato. La morte sociale fu veramente semplice, mi serviva solo
un maresciallo compiacente che convincesse la mia famiglia della
morte. Quel maresciallo è un mio caro amico(alla fine della lettera
ti scrivo l’indirizzo, vallo a trovare, ti si chiariranno ancor di
più le idee), un mio coetaneo, compagno di studi ai tempi del liceo.
Assieme, imberbi entrambi, sognavamo il nostro futuro all’ombra del
sole tropicale, dove le donne sono un’altra cosa. Aveva avuto sempre
un talento per l’illegalità, intuì subito come andava montato il
caso, per evitarmi troppi problemi. Fu molto creativo, mi rifece una
vita.
Ovviamente grazie a lui ebbi anche documenti falsi e la possibilità
di andar via per sempre. Una vita ai Caraibi. I Caraibi sono il
paradiso. L’estate perenne, l’allegria delle sue donne, i suoi
frutti. Cosa desiderare di più? Altro, semplicemente altro. Durai
pochi mesi e poi tornai da te. Eri la mia ossessione. Ho affittato
una stanza nel tuo stesso palazzo, al piano di sopra. Un monolocale
vuoto, in cui non ho mai messo più di tre mobili. Ogni mattina ho
iniziato a spiarti. La mia barba lunga, i capelli, e l’esser così
magro mi ha reso irriconoscibile. Ogni mattina per un anno ho
studiato i tuoi gusti, i tuoi movimenti, le persone che frequentavi,
ho annotato ogni singolo spostamento, il colore della gonna, quello
dell’ombrello. Cosa compravi al supermercato, che film vedevi.
Sapevo i tuoi orari, e passavo ore al bar nell’attesa di vederti
uscire. Segnavo tutto, davvero. Passavo il tempo, le notti a
compilare statistiche. A capire cosa mangiavi se pioveva, e cosa
bevevi se faceva caldo, quanto tempo ci mettevi a fare la spesa, e
quante volte andavi dal medico. Questo è tutto. Dopo un anno ho
preso forza, e sono venuto da te. Fu un incontro molto casuale vero?
Sì, così casuale perché preparato in ogni minimo dettaglio. Insomma,
ad un certo punto trovasti la casa allagata perché riuscii a
convincere un mio amico a manomettere i tubi, e io che passavo lì
per caso, non ero lì per caso. Così ti aiutai a cacciare l’acqua dal
pavimento, ad asciugare tutto ciò che si era bagnato. Fui cinico, ma
non avevo altra scelta. Da allora sono iniziate le nostre uscite, e
il primo bacio, dato senza paura sotto la pioggia. Un classico. E
poi il matrimonio, i figli, e tu che mi facevi quella semplice
ricorrente domanda:“Vorrei
vederti senza barba”.
Ero morbido su tutto, con te, ma non su questo. La barba, mi
dispiace, proprio non potevo tagliarmela. Neanche d’estate quando il
caldo opprimeva il viso, e avrei voluto strapparmela con le unghie.
Passarono venti anni, e poi accadde quello che non era accaduto
venti anni prima. Era arrivato il momento di tornare in vita. Il 15
agosto arrivò, e ti invitai sulla spiaggia. Solo poche righe,
scritte a penna, e una conclusione: “ …adesso
ti ricordi di me, ho voglia di vederti”.
Hai scelto di incontrare un vecchio amore, perché il nostro
matrimonio era un po’ in crisi. Volevi riscoprire l’incanto di
tornare giovane, d’estate.
Così arrivai là, eri bellissima tu, irriconoscibile di nuovo io. Non
sembravo tuo marito, e non lo ero. La stessa giacca di quando mi
conoscesti venti anni prima, gli occhiali da intellettuale, i
capelli corti, e finalmente senza barba. Non so se tu mi abbia
riconosciuto subito, non importa. Dopo vent’anni avevo di nuovo otto
minuti. E una promessa. Se fossi riuscito a baciarti, ti avrei dato
una lettera. Eccola, c’è scritta la tua storia”.
Piero Armenti
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