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-Caracas, 9-10 luglio
2004 "...ogni famiglia un piccolo mondo, fatto di distacchi, riunioni, incertezze sul futuro. Erano famiglie numerose, quelle dei migranti, e i viaggi nell’oceano veri e propri romanzi..."
Un esempio : Melania Mazzucco, giovane scrittice dalla penna robusta, nel 2003 ha raccontato con “Vita” la storia di Diamante e Vita, due ragazzini italiani nella difficile New York di inizio secolo. Era solo la storia di due ragazzini, ma era contemporaneamente la storia di due secoli di Italia di frontiera, di quell’Italia, oramai mitica, a cavallo dei due mondi:la Mazzucco vinse meritatamente il prestigioso premio Strega (vinto in passato anche da Alberto Moravia, e Cesare Pavese).
Ma non servono libri per ricordare: le ricordano bene gli italiani di qui in che condizioni arrivarono. “Con una mano avanti, ed una dietro” dice Sofia Tofano, giovane avvocato e imprenditore di origine italiane.Si allontanarono dall’Italia, da quell’Italia che ben presto avrebbe scoperto la “Dolce vita” (Fellini), avendo con se solo le proprie braccia per tirare avanti; erano calzolai, carpentieri, falegnami, semplici manovali...gente umile di un’Italia contadina. Vennero qui, nell’ ”el dorado ” ,in cerca qui della propria Ammerica, terra di sogni, di speranze. La maggior parte partiva con l’intenzione di tornare, si lasciava alle spalle famiglie intere e numerose, ma alla fine, spesso, erano proprio le famiglie a raggiungerli, e di nuovo uniti eleggevano stabilmente qui la propria dimora. Con il suo clima, con le sue opportunità, con le sue risorse, il Venezuela diede molto a questi connazionali dei due mondi, ma ebbe anche molto in cambio: non solo braccia, ma anche il genio imprenditoriale, fattori che contribuirono alla crescita del paese: negli anni cinquanta da settecentomila Caracas arrivò ad un milione e quattrocentomila abitanti ,e la maggioranza degli edifici fu opera d'imprese italiane. Caracas la multirazziale, con un grado d’integrazione tra i più elevati, per merito di tutti :i connazionali non si ghettizzarono, non si isolarono, e contemporanemante non dimenticarono, nè persero, la propria italianità, nè se ne vergognarono, come in altre nazioni invece avvenne. Italiani o venezuelani? Nessuno dei due, semplicemente italo-venezuelni. Ma torniamo all’epopea, al momento forse più epico e poetico della loro storia:il viaggio. Basta leggere le prime pagine di “Novecento” di Alessandro Baricco, e vedere, da figli, con gli occhi dei padri: l’Oceano non era il mare, era l’Oceano, era il sogno, era la vera frontiera che divideva i continenti; per arrivarci si passava attraverso lo stretto di Gilbilterra, spesso burrascoso, e sulla nave era gran festa. Ed era festa anche quando si vedeva la terra ferma, e c’era uno, sempre uno, che vedendola per primo, gridava. Ci racconta sempre la signora Gina :” Il nostro viaggio fu un’odissea: partimmo da Napoli, arrivammo a Genova, però tornammo di nuovo a Napoli per raccogliere altri immigrati. Non stavamo nè in prima, nè in seconda, nè in terza classe...eravamo immigrati, sistemati in fondo alla nave, sistemati in letti a castello; certo, si stava scomodi, ma nessuno ci faceva più di tanto caso: alcuni famiglie, più fortunate, ebbero anche la cabina, come la mia. Il viaggio durò 18 giorni, e ne successero di tutte i colori. Il capitano, durante il passaggio dello stretto morì d’infarto, alcuni dissero che fu per paura di incagliarsi tra gli scogli; lo stretto, d’altronde, era tremendo, burrascoso, la prova del fuoco per ogni capitano; l’entrata nell’Oceano non fu tra le più felici , e la ricordo ancora con molta tristezza: durante una festa una madre lasciò la propria bimba sul letto, questa, avvolgendosi tra le lenzuola, morì...contiunammo il viaggio con la bandiera a mezz’asta, eravamo poveri, e si sa, a volte la sfortuna si accanisce. Certo l’emigrazione di allora era sicuramente più affascinante, e poetica, di quella clandestina e disperata di adesso, e forse proprio dalle storie di chi quel distacco l’ha vissuto si potrebbe apprendere, per guardare con occhi diversi chi adesso, in Italia, cerca il proprio “el dorado”. Gli italiani di qua potrebbero essere una grande risorsa, se riuscissero a comunicare le proprie esperienze all’altro lato del mediterraneo, troppo spesso distratto. Ma la comunicazione, anche quella istituzionale e sociale, è ancora difficile.
Gli italiani di qua, per certi aspetti, si sentono abbandonati, soprattutto in un momento difficile per il Venezuela come questo: momento di crisi, di spaccatura politica e sociale: il Venezuela, che non aveva mai avuto problemi razziali, si risveglia oggi divisa per colore della pelle e per origini. E così il Consolato Italiano è preso d’assalto da un numero elevato di connazionali, o oriundi, in cerca di un passaporto, o di acquistare la cittadinanza, ma spesso anche di aiuti economici, o di un biglietto per rimpatriare. I rappresentanti dei comites lamentano disattenzione da parte delle Regioni italiane, giurano di aver spesso chiesto l’elenco di istituti di cura per inviare coloro che si trovavano in condizioni disagiate: troppe volte nessuna risposta. La crisi venezuelana colpisce tutti, nessuno escluso, compreso gli impreditori del tempo glorioso che fu. Molti si trovano in serissime difficoltà, costretti a perderci, pur di far andare avanti la azienda di famiglia, il proprio gioiello. “Ma gli italiani di qua” ci dice il signor Pasquale, del Mobilificio Estasi “ sono italiani di ferro, e non si tirano indietro davanti alle difficoltá; a volte, però” – ci confessa ”ci sentiamo italiani di serie b, poco considerati, e forse dimenticati, cosa sapete in Italia della crisi del Venezuela?”. DI fatti le notizie venezuelane raramente bucano i media europei, ma nonostante questo il Venezuela è presente in Italia più di quanto si possa pensare. Basta fare un giro in Campania, e aprire gli occhi. C’è un paesino-Marina di Camerota-gioiello della costiera cilentana, che deve la sua crescita urbanistica alle rimesse dei pescatori qui emigrati, e per le strade di Marina di Camerota il Venezuela è dappertutto, nei nomi dei ristoranti, dei bar, ma soprattutto nella via principale “Simon Bolivar”. Non è tutto, basta andare nei supermercati pugliesi per poter comprare la farina di mais tipica della arepas, specialità venezuelana da riempire con qualsiasi delizia. Insomma la storia dell’Italia e del Venezuela è stata una storia d’amore, una linea di miele che, nonostante le difficoltà, ancora dura, e giura il signor Luigi, meccanino di los Chaguaramos: “Continuerà”. Clicca, per tornare alla pagina iniziale
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