-Caracas, 5 giugno 2004-

        

            "...schieramenti che normalmente mai si sognerebbero di prender parte ad una stessa marcia, si ritrovano uniti con lo stesso obiettivo, in una stessa organizzazione e  contro uno stesso “dittatore” (virgolette d’obbligo)..."

 

         Tutti in piazza per la democrazia

          

                Piero Armenti

 

Oggi, 5 giugno, per le strade di Caracas, si è tenuta una marcia popolare. Il cosiddetto popolo dell’opposizione si è unito per festeggiare  il raggiungimento del quorum per il referendum revocatorio. L’entusiasmo è al massimo.

 

I punti d’incontro sono quattro, si ci riunisce alle dieci  per poi confluire contemporáneamente nell’Avenida Libertador, e brindare alla democrazia, forse e insperatamente ritrovata.

A scendere in piazza il popolo della “Coordinadora Democratica”, una sorta di fronte unico nazionale antichavista composto da 23 partiti politici, 21 movimenti, dal maggior sindacato venezuelano (CTV) e dall’organizzazione degli industriali (Federcams).

La composizione è tra le più eterogene, e seguendo il corteo,accelerando  il passo, si ci può imbattere sia  negli ultra-vetero-comunisti di “Bandera Roja” -cappellini di che Guevara e bandiera rossa- che accusano il governo di essere fascista e neoliberale, sia nei  cristiano democratici del COPEI, che, al contrario,  accusano Chavez di essere comunista e antiliberale.

Schieramenti che normalmente mai si sognerebbero di prender parte ad una stessa marcia, si ritrovano uniti con lo stesso obiettivo, in una stessa organizzazione e  contro uno stesso “dittatore” (virgolette d’obbligo)

I camion con la immancabile musica precedono ogni gruppo, a vista d’occhio a partecipare sono in molti, non tantissimi, ma quanto basta a riempire l’obiettivo delle televisioni nazionali, almeno quelle (quasi tutte) schierata contro il nuovo zoppo Bolivar.

Il clima è di festa, e anche quando si ci incrocia, a distanza , con un gruppo di officialisti (leggi Chavisti), i reciproci sfottò si limitano a qualche dito alzato, e qualche fischio.

Nell’aria non c’è tensione, nessuno sembra aver paura di scontri, non è il momento, ma a tenere banco tra  i manifestanti sono le nuove domande lanciate dai media nazionali: quando si terrà il referendum? come sarà posta la domanda? come saranno raccolti i voti? automaticamente o manualmente?

 Sarebbero questioni marginali, ma qui, nella polarizzata società civile venezuelana, sono argomenti che occupano le prime pagine dei giornali, ed infiammano l’opinione pubblica.

La “trampa”, ossia il tranello, sembra potersi nascondere in ogni minuzia: anche uno stuzzicadente può strozzare la democrazia.

La gran parte dei partecipanti non è politicizzata, è gente che se ne starebbe tranquilla a lavorare, che sul senso della democrazia non tiene tavole rotonde , ma che ora, colpita più nella pagnotta che nelle idee, quasi conosce a memoria gli articoli “democratici” della propria Costituzione: chiedono democrazia, ma in verità  quel che chiedono è soprattuto che passi la paura, che la gente cominci  a comperare, a investire, che il denaro circoli.

Il Venezuela si riprenderebbe, dicono, se solo si liberasse di Chàvez e delle sue minacce. Con più tranquillità tutti spenderebbero bene. Illusione o realtà che sia, molti negozianti si ricordano di quel famoso giorno, quando fu destituito il presidente,e la gente tornò per strada a comperare , dopo anni sembrò un giorno normale,dicono,  ma  alla fine Chàvez tornò e il sole si fece sempre più scuro.

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