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Caracas, 31 agosto 2004-
Riforma agraria, prima parte
Torna la paura nelle case dei “proprietari terrieri” venezuelani. Distratti loro dalle tematiche referendarie, avevano sperato si distraesse anche il presidente, lasciando cadere nel vuoto i minacciosi articoli della “ley de tierras”. La tanto temuta riforma agraria. Non sono passati che pochi giorni dalla vittoria, che, nella puntata numero 202 di Alò Presidente (trasmissione in onda su Venezuelanatelevisiòn, condotta con passione da Chàvez), viene toccato di nuovo lo scottante tema agrario, e questa volta con toni niente affatto dolci. Tutta la trasmissione, andata in onda dallo Stato Guarìco, è stata dedicata al casus belli. Chàvez ha battuto sulla necessità di applicare in maniera severa la Costituzione e la “Ley de Tierras”, invitando, così, l’Istituto Nazionale della Terra a sviluppare progetti di produzione agricola lì dove la terra risulti abbandonata. “E’ arrivata l’ora di democratizzare gli spazi produttivi in Venezuela” ed ancora “la terra è per i contadini, per chi la lavora, per coltivare il mais, il riso, la cipolla. Non possiamo continuare ad avere terra abbandonata”. L’ordine viene dato ai comandanti delle guarnizioni militari:” Voglio avere un esame dettagliato sopra i latifondi e sulle terre incolte, per dar la terra ai lavoratori”. Iniziano i brividi per i “proprietari”, per i “padroni”, gli “escualidos”, come sono chiamati qui dai rivoluzionari gli appartenenti alla classe dei tacchi a spillo e rossetto: strane voci iniziano a rincorrersi per strada, “si iniziò anche a Cuba così” “ci esproprieranno anche le case”, “ci cacceranno dal paese”. L’esercizio che il gotha intellettuale oppositeur consiglia di fare è di psico-economia: non conta che il provvedimento sia giusto o ingiusto, conta che apparendo come una minaccia, disincentiva gli investimenti, e contribuisce all’impoverimento del paese. Rispondono dall’altra parte: la riforma agraria, oltre ad essere giusta, è necessaria proprio per riattivare l’economia agraria del paese, e permettere a tutti di poter mangiare, in un Venezuela con tassi preoccupanti di denutrizione. Sia come sia, prima di approfondire l’argomento, permettiamoci una piccolo accennno storico. Prima di vedere cosa dice più da vicino la temibile legge, cerchiamo di capire meglio quale sia la storia della questione agraria, che non è storia solo del Venezuela: del mondo intero. Di riforma agraria, in senso moderno, si inizia a parlare in tutti i paesi occidentali il secolo scorso, dopo le rivoluzioni borghesi. Quella dell'ottocento fu la prima fase mondiale di riforma agraria. E queste stesse furono una vera fortuna: inaugurano nell’Europa occidentale la struttura agricola di piccole e medie dimensioni, continuata fino ai giorni nostri, capace di spingere al massimo le forze produttive . Dopo la prima guerra mondiale, dopo la vittoria della rivoluzione russa, inizia la seconda fase capitalista, per contrasto. La Russia è una minaccia costante per tutto l’est europeo, e così, nei paesi orientali, ancora privi di riforma agraria,si iniziano riforme ad hoc per evitare che il grido “pane e libertà” seduca i senza terra. La terza fase inizia dopo la seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti sono in cima al mondo, e le forze armate americane,guidate da Generale Mac Arthur, sviluppano in Giappone una riforma agraria radicale (La legge imponeva al Governo Giapponese l'obbligo di acquistare la terra dai proprietari e di rivenderla agli agricoltori affittuari. Inoltre il Governo fu costretto ad acquistare terra non coltivata che venne rivenduta agli agricoltori e ai coloni perché la coltivassero). Questa stessa riforma, dopo la vittora della Cina popolare, viene esportata dagli Stati Uniti a Taiwan, e dopo la guerra in Corea, anche in Corea del Sud. Ma le riforme agrarie furono non solo di stampo capitalista (cioè volte a migliorare la produttività della terra). Grandi esempi ce ne furono nei paesi socialisti: Russia, Cuba, i paesi dell’Est Europa, la Cina. Ma furono riforme differenti, che prevedevano la collettivizzazione dei mezzi di produzione. Dopo questo piccolissimo accenno, precisiamo la problematica dell’America Latina, dove la questione agraria ancora è irrisolta.
Diversamente dai paesi europei, dove la borghesia si fece portavoce di una riforma agraria tesa a sviluppare gli “animal spirits” del capitalismo. Nel sud del mondo,le elite locali, totalmente dominate dalle esigenze colonialiste, utilizzarono la proprietà latifondaria locale non per sviluppare un mercato interno, bensì per produrre prodotti da esportare nei paesi colonizzatori. Per questo si sviluppò una grande proprietà latifondista disinteressata al mercato interno, ma rivolta all’esportazione: in poche parole si utilizzava la terra per i prodotti necessari ai paesi colonizzatori,e il resto la si lasciava incolta. Il problema agrario irrisolto in America Latina si può sintetizzare, adesso, in queste caratteristiche: 1) alta concentrazione della proprietà della terra, 2) conseguente inutilizzo di una parte della terra 3) coltivazioni di prodotti di esportazione. Dinanzi a questa realtà, ci sono le cifre spietate che condannano un sud-america fertilissimo alla denutrizione. In Brasile 32 milioni di persone soffrono la fame tutti i giorni, su un totale di 150 milioni di persone, e altri 65 sono mal alimentate, eppure sono tra i maggiori produttori di frutta al mondo (dati diffusi costantemente dalla Organizzazione mondiale della Salute). Ma ancor di più, il modello tecnologico adottato nelle agricolture periferiche segue la logica del mercato, e delle esigenze delle industrie multinazionali. Non c’è, troppo spesso, nessuna correlazione con il clima, con le condizioni del suolo del paese, con la tradizioni . Viene a rompersi il contatto tra l’autoctono e la storia agricola del luogo, viene a mancare un elemento tradizionale di coesione che è la terra, e la cultura che le orbita attorno.
Nell’ambito del più esteso Sud- America va inquadrata la problematica del Venezuela. In Venezuela, la maggior concentrazioni di povertà riguarda la popolazione con meno di 25.000 abitanti, e sono, prevalentemente, aree rurali. Dunque la riforma agraria venezuelana ancor prima che ad una equa distribuzione della terra, dovrebbe provvedere ad essere pungolo contro la povertà, contro la fame- La distribuzione della terra, non è, di per sè, una condizione sufficiente per raggiungere l’obiettivo: POVERTA' ZERO. In generale, affinchè una riforma agraria possa funzionare, è necessaria la creazione di un mercato formale e omogeneo della proprietà. Il titolo, inteso materialmente come il pezzettino di carta che attesta la proprietà, è un requisito necessario per la crescita (multilaterale) del coltivatore, anche attraverso il più facile accesso al credito. Il 1960 è l’anno della prima riforma agraria. Gli obiettivi sempre gli stessi: cercare di attivare la cirolazione alla produzione agraria venezuelana. I risultati, però a distanza di trentacinque anni possono definirsi senza dubbio deludenti: il problema principale è stato il mancato ottenimento del titolo per coloro che ne avevano diritto, questo ha impedito una soluzione “formale-legale”del problema terra, e la enorme confusione tra proprietari, possessori, e stato. Clicca, per tornare alla pagina iniziale
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