Mancano oramai dieci giorni al referéndum. E’ il caso di dirlo: il Venezuela sta dimostrando una cultura ed una volontà democratica stupefacente. La tensione è alta, le parole di fuoco: è normale che sia così, è giusto che sia così. Tutto scorre, comunque, senza superare quella soglia entro la quale la democrazia fa il suo compito, di contenimento contro derive autoritarie.. Allora lasciamo che la vista scorra velocemente per le caotiche strade di Caracas La campagna elettorale anima tutto il Paese. Caracas è un brillare di scritte dappertutto: SI e NO, la prima con i colori dell’arcobaleno, la seconda di colore rosso. Professionisti, operai, studenti: ognuno con la propria spilletta. E, d’altronde, proprio le spillette sono le prime a consegnarti per strada, assieme ai cappellini: gazebo degli uni e degli altri pacificamente nel proprio tentativo di proselitismo elettorale. Poche le aggressioni, veramente poche. Lontani sembrano i tempi del Colpo di Stato (11 aprile 2002), quando le immagini immortalavano cadaveri, adesso è una grande festa democratica. Il Venezuela, visto oggi, è una terra che potrebbe dare lezioni di democrazia a chiunque, e che si ravvedano i politologi un po’ troppo affrettati. Chàvez continua a sorprendere tutti. Ogniqualvolta l’opinione internazionale inizia a sospettarne la matrice autoritaria lui, fautore della democrazia partecipativa, e della riscossa sud americana, la rianima con un colpo di coda, e toglie di mezzo tutti i dubbi. In questo senso gli ultimi mesi sono stati sintomatici Tutti, dico tutti, erano sicuri che il referendum revocatorio non ci sarebbe stato: si diceva che Chàvez controllasse il Consiglio Nazionale Elettorale, organo decisionale arbitro della questione. Nonostante la raccolta delle firme fosse garantita dalla presenza di osservatori internazionali, l’opposizione gridava al misfatto; non bastava: in un modo o nell’altro Chàvez avrebbe fatto una “trampa”, avrebbe distorto i dati, condizionando l’esito. Oramai tutti, compreso il sottoscritto, davano per scontato la bocciatura del referendum. Ed invece. Il referendum fu approvato, il Consiglio Elettorale dimostrò la propria imparzialità e Chàvez non mostrò alcun segno di nervosimo, anzi, lanciò la propria personale impresa: duplicare i voti dell’opposizione, col sorriso sulle labbra. La verità è che in Venezuela la democrazia non è mai cessata di esistere. Come può esserci dittatura quando i mezzi di comunicazione sono liberi? Anche gli Stati Uniti, adesso, sono costretti a ricredersi, ed ammettere la natura democratica del governo, nonostante la carta di identità del presidente: ex-militare golpista. A riprova di questo l’Ambasciatore venezuelano a Wasghinton, riporta El Mundo, ha sostenuto che ultimamente negli Stati Uniti la credibilità di Chàvez sia aumentata, soprattutto in seguito all’accettazione del referendum democratico, evento questo che, contemporaneamente, conferma agli occhi dei politologi che l’unico tentativo autoritario realmente attuatosi in questi ultimi 6 anni è stato il colpo di stato contro Chàvez del 11/04, caldeggiato degli americani stessi. Non basti questo a rendere insonni le notti della Coordinadora Democratica: un altro colpo duro all’opposizione l’ha sferrato proprio uno dei leader intellettuali della opposizione. Perez, l’ex presidente corrotto, ormai ottuagenario, ha lanciato i propri strali in una intervista rilasciata al El Nacional domenica 25 luglio: con linguaggio duro ha affermato l’esigenza di una soluzione militare alla supposta crisi autoritaria Venezuelana. Un colpo di stato, apertis verbis, e poi un periodo intermedio di “restaurazione” della vecchia legalità cancellata. Che boomerang queste dichiarazioni: capaci di debilitare tutto l’infuso di belle idee che in questi ultimi anni l’opposizione aveva tentato di seminare. Durante la 199a puntata di “Alò Presidente” Chàvez ha potuto, ripetendo le parole di Pèrez, mostrare al mondo intero “chi era il vero autoritario, e chi era il vero democratico” Si, un colpo veramente duro, considerando soprattutto i tentativi goffi dell’opposizione di svincolarsi, ex post. In un’ intervista al “El Mundo” ( 3/5/2004)Carlos Valero, giovane dirigente della Coordinadora Democratica, ha cercato di rattoppare lo strappo affermando, che l’intervista a Pèrez era stata montata da Rangel, vice- presidente di Chàvez. Strano però, come ha ricordato l’intervistatore, che la firma fosse, invece, di uno dei più autorevoli giornalisti de “El Nacional”: Ramòn Hernàndez. Clicca, per tornare alla pagina iniziale
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