-Caracas, 27 luglio 2004-

      "...Senza tradurne i titoli, se ne intuisce il senso, ma ancor di più il gusto, il sapore..."

           

             Le telenovelas

Piero Armenti

 

Il viaggiatore, più di ogni altro, sa che una nazione richiama alla mente non più due o tre immagini. Il tango per l’Argentina, il carnevale e la samba per il Brasile, Neruda, Pinochet per il Cile, la pasta per l’Italia, ecc.ecc.

E se la parola più usata degli ultimi dieci anni è globalizzazione, nonostante le imprecisioni concettuali (si legga next di Baricco), il buon padre di famiglia( per usare termini da legulei) sa che questa parolaccia non indica altro che uno scambio maggiore di informazioni e di prodotti tra i vari paesi, fino ad una ineludibile iterdipendenza globale.

Ho iniziato allora a cercare: quale è il prodotto che meglio rappresenta il Venezuela, nel mondo, ed  in Italia  soprattutto.

Non c’è partita: le telenovelas. Unica e vera multinazionale venezuelana.

Chi si ricorda Topazio, Esmeralda?  Telenovelas di successo che riuscirono a insinuarsi nei cuori delle casalinghe di tutta Italia, e contemporaneamente ad agitare le tranquille acque della serenità  familiare. Mariti a deridere le sdolcinate lovestory sud-americane, i ridicoli colori delle giacche e delle cravatte, donne sul piede di guerra contro la stupidità degli stoltiloqui calcistici. Si sa: ciò che divide esalta.

Ma se la telenovelas  venezuelane in Italia sono  un fenomeno marginale, qui è una vero e proprio cult.

L’89 fu l’anno della più sanguinosa rivolta Venezuelana, alla base un lieve aumento della benzina ( punta di un iceberg), e così  mi sono chiesto: cosa potrebbe, paradossalmente, scatenare altrettanta ira?  Dopo l’abolizione dei mondiali di calcio, sicuramente l’abolizione  delle telenovelas: non devono, nè possono mancare nel menu quotidiano.

Sono una espressione artistica nazional-popolare(Gramsci), un momento sublime di congiunzione tra il popolo e la narrativa, in chiave moderna: sotto forma di racconto televisivo. Certo non saranno opere che faranno storia, ma non dorma sonni tranquilli chi le sottovaluta, il passato insegna:  “I miserabili”, capolavoro di Victor Hugò, nacque come romanzo d’appendice, a puntate su riviste.  

 In definitiva non un capolavoro diretto ad un circolo di eletti, ma una produzione di gran lunga popolare ( ed industriale). Proprio la popolarità  fu la la chiave del  successo di Jean Valejan. In lui c’erano le miserie, le sofferenze e le passioni di un popolo,c’era la storia di una nazione, in fondo. 

   E così le telenovelas venezuelane sono per il Venezuela la propria storia, la proprie ansie, le proprie paure, espresse in maniera non sottile, nè profonda (se ne dolgano gli intellettuali),  ma insuperabili  nell’esprimere, nel dialogare. Ed è un dialogo multilaterale, che non esclude nessuno, non la donna del barrio, che rivede le proprie lacrime in quelle altrui, nè gli studenti universitari che, tra mariuana e birra, ci trovano dentro i propri fallimenti, le proprie paure.Un dialogo completo.

 Gli studiosi dei fenomeni sociali lo sanno bene, e non le sottovalutano nei propri studi.

Patricià Marquèz, ricercatrice a Berkeley, analizza la serie “ Por estas calles”, degli anni ’90.

    Il personaggio più interessante è  il giovane delinquente  di 14 anni, Rodilla, un vero successo, anche di pubblico. Rodilla rappresentava, difatti, il nervo scoperto della società: la delinquenza giovanile  nata all’ombra delle diseguaglianze sociali,  e la tragedia personale di molti giovani, incapaci di cambiare stile di vita, assimilati in un sistema di violenza.

Por estas calles” rispecchiava  la società in ogni suo personaggio, dal politico corrotto (Don Chepe che si richiamava al presidente Lusinchi) al  figlio di papà.

Ma torniamo all’oggi e commentiamo con ironia  i titoli delle telenovalas attuali....un vero e proprio spettacolo.

Que bueno se puso Lola” “Estrambotica Anastasia”  ma soprattutto  “ Cosita rica”.

Senza tradurne i titoli, se ne intuisce il senso, ma ancor di più il gusto, il sapore.

Cosita rica,  un titolo     che è un invito, un sussulto  per le  curve della protagonista. Non sono donne quelle che vedi, ma un tripudio di carne, corpi disegnati   per ridurre in poltiglia le notti insonni dei venezuelani, linee e sapori tropicali, a metà strada tra il sud e il nord del mondo: per colori, per profondità del viso.

Per il resto le trame sono portate avanti da una regia volutamente spicciola, ma ritratte con molta enfasi, enfasi soprattutto nella recitazione, teatrale (anzi teatrante) più che cinematografica, e negli effetti sonori, continui, quasi a svegliare chi si fosse distratto azzannnado un panino, o lavando i piatti.

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