-21 MARZO 2005-

        

        C h u a o

       Il popolo del Cacao

Piero Armenti

         Chuao é uno dei Paesi piú antichi del Venezuela.

    Fondato nel XVI secolo, ha conquistato col tempo la propria fama internazionale  per le immense piantagioni di cacao, le migliori al mondo.

        Lo sanno bene i migliori chocolatieres francesi, che da sempre qui si approvvigionano per le loro squisite delizie di cacao ( e siamo in anni di ciccolatomania, si pensi al film Chocolate, alla fiera di Perugia, al pullulare di cioccolaterie raffinatissime), ma da poco anche l’ Italia, con l’azienda Amedei di Pontedera, non  ha potuto resistere  al fascino di gettarsi in questo paradiso tropicale, per accarezzarne la sua droga nera (http://www.amedei.it/chuao_it.asp)

 

        Un paesello di 5000 persone, per la prevalenza di carnagione nera caraibica, che vivono da secoli immersi nel proprio orticello verde, gelosissimi di una fortuna  “sacra” : essere  lontani dai problemi del Venezuela metropolitano, quello che si alza al lunedí  mattino sfogliando l’ ultima pagina dei giornali per contari i morti“ammazzati” del fine settimana.

      No, Chuao, il regno del cacao, non è cosí.

 

     Chuao è in una bolla di sapone, in un frammento di cristallo: ha perpetuato nel tempo quella serenitá che i venezuelani ricordano esistesse  negli anni ’50- ’60  anche a Caracas, quando questa  metropoli ancora non era esplosa, ancora non era una cittá "del miedo" ( "della paura" come tutte le metropoli sud-americane). 

        Chuao ha fermato il tempo, è rimasta legata alle tipiche casette cubiche caraibiche, fatte semplicemente di mattoni,  e ad un piano

(né ingegneri né architetti: le mani, la calce, i mattoni) ,

     e all’esterno verniciate di un solo colore, senza tetti rossi, né spioventi ( a volte i tetti sono lastre di ferro o di platica).

        Sono case povere, tirate su a fatica, in cui la modernitá (la modernizzazione) è penetrata in maniera contraddittoria, attraverso sterei e televisioni, ma riuscendo a scalfire di poco i ritmi di paese, che girano attorno alla luce del sole, alla messa della domenica ( la chiesa anche qui è al centro della piazza), alle feste di paese ( noi abbiamo potuto vedere San Giuseppe, e il suo santo portato a braccio).

            E’ un paese che non ha voluto asfaltare le proprie stradine ( attentato alla modernizzazione) né ha voluto vie di comunicazione che la collegassero agli altri paesi, o alle altre cittá, tipo Maracay (doppio attentato).

         Ma cosí facendo ha avuto la vista lunga: ha preservato la propria ricchezza e la propria unicitá ( la televisione rivoluzionaria bolivariana sempre parla di questa piccola perla).

         Vallo a spiegare poi come è bello camminare in paese a piedi nudi, senza l’asfalto bollente sotto i piedi .

        A Chuao ci puoi arrivare solo in barca, da Choroni, dopo diversi minuti di peripezie attraverso le onde alte dei caraibi, costeggiando scogli a picco sul mare, invidiando  la tranquillitá del marinaio  che con la birra in mano sorride  al sole.

       L’impressione è che la barca perennemente stia per ribaltarsi,     ma perennemente rimane su.

    Lui lo sa, la sua vita l’ha vissuta cosí, tra acqua e terra, sotto il sole tropicale, e con una birra in mano, tu non lo sai, e tremi .  

      A Chuao le porte delle case sono aperte, spalancate, quasi un gesto di offesa insopportabile all’idea di privacy, se non fosse che l’idea di privacy qui non esiste, non ha diritto di cittadinanza.

       Le porte aperte non sono un invito alla socialitá ( in un paese è scontato, non necessita di dimostrazioni) né va interpretato collegandolo  alla simbologia dell’onestá (ragionamento tipo :chi non ha nulla da nascondere non chiude le porte), l’impressione è che le porte siano aperte perché non c’è stato il bisogno di chiuderle, sono aperte perché il paese è in armonia, in equilibrio,  nessuno ruba, nessuno ti ammazza, nessuno si fa strane idee,

  le porte sono aperte e basta,

 nemmeno ci sono, sono pensabili, le grate in ferro di Caracas, quelle che rendono un semplice cittadino puro carcerato, in quella prigione all’incontrario che è la Metropoli, dove chi puó si auto-reclude in casa.

    Niente di niente, le porte sono aperte e basta, e d’altronde perché spendere energie per aprirle e chiuderle? Non ha senso.

         Dobbiamo parlare di un’altra particolaritá, il fenomeno dell’ ubiquitá:

        essere contemporaneamente “dentro” e “fuori”.

        Spiegamolo meglio con una immagine:

     una vecchietta si trova fuori casa, con una sedia un po’ piú in lá dell’uscio, e “da fuori” guarda la televisione “dentro”(neanche la sente, credo).

       In un colpo solo, senza tradire il proprio paese, lo tralascia con lo sguardo, per concentrarsi sul mondo magico della TV.

     Ma probabilmente è l’idea che esista un “dentro” e “fuori” la casa che non ha senso, il paese è una grande famiglia

 ( “ siamo solo tre o quattro cognomi” dice una ragazzino che ci invita poi  a dormire a casa sua ),

     e in una famiglia, naturaliter, i confini si scolorano, e scompaiono.

        Cosí come non ha senso parlare della TV come ad uno strumento che ti allontana dalla vita di  paese.

       La TV è il primo cittadino, Ad Honorem.

      Attraversi la strada ,di notte, e passi da una casa in cui tutti sono seduti sul divano a guardarla (la TV, naturalmente) ad un’altra in cui fanno lo stesso, ad un’altra in cui fanno esattamente lo stesso.

  La Tv è come un cantastorie che alle parole aggiunge la  magia della luce, delle immagini.

    Forse ancor di piú, non è un’aggiunta, ma spesso una sostituzione, la televisione è accesa con il volume basso, non racconta niente ma ti inonda di luce:  la guardi di traverso, quando passi da una stanza all’altra.

      Ecco che allora il paese si apre alla Tv, la digerisce, la metabolizza, la ama, senza che questa sembri minare la socialitá da piazza e da chiesa, di piú  e forse : l’alimenta, crea quell’ argomento ulteriore di cui parlare, su cui Incontrarsi/Scontrarsi.

   Un ultimo appunto. Chuao è chavista, qui  Chavez è arrivato attraverso una particolare transunstanzazione:  Era un politico, ora è un nuovissimo  centro sanitario con un medico ed infermieri. Questo prima  semplicemente non esisteva, si moriva di parto, anche e a volte.

     Adesso è possibile operarsi gratuitamente, trasportati in elicottero. E neanche prima questo c’era.

   Ma ancor di piú Chávez  è in sintonia con le esigenze di questa gente, che non chiede di arricchirsi,  chiede diritti minimi: salute ed educazione, e per il resto che escano dal palcoscenico, questi politici qui,  disastrosi sudamericani ,

 lasciando "loro" fare la "loro" vita, bere il loro Ron, avere i propri figli, pescare i propri pesci, coltivare, e bere, il proprio        cacao

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