-Caracas, 21 luglio 2004-

 

       ..."In Europa guiderebbero una Nissan, e chiederebbero restrizioni contro gli ambulanti e gli immigrati, qui invece ai margini ci stanno loro: costretti a subire  gli sguardi e la parole infastidite di “pares”, di simili solamente più fortunati..."

 

   Venditori ambulanti

Piero Armenti

Li chiamano “buhoneros” (venditori ambulanti). Il suono della parola ricorda quella italiana di buchi neri, ma in spagnolo è un’assimilazione che non funziona: qui buco nero si dice agujero negro.

Peccato, fosse stata questa l’origine sarebbe stato un miracolo linguistico, buco nero, una parola che allo stesso tempo avrebbe racchiuso poesia ed analisi. Non è così, la parola deriva, leggo sul vocabolario, dal suono onomatopeico buff, ed indica il tipico “buff buff” rumore di una strada vociante di venditori ambulanti.

Ma loro, i venditori ambulanti, buchi neri lo potrebbero essere per tanti motivi: le metafore si sprecano.

Sono capitalisti rudimentali, e contemporaneamente il riflesso di una capitalismo in crisi: espulsi dal mercato del lavoro, quello, tanto per capirci, del cartellino al mattino, e della busta paga a fine mese, non godono di protezioni sociali, e si reinventano un lavoro alla giornata.

Vederli per strada è innanzitutto una lezione spicciola di economia:  la loro attività è composta di capitale, esiguo, e lavoro, individuale. Le lezioni dell’economista J.B. Say, si materializzano in due braccia che trascinano una carriola.

            Sono  imprenditori della povertà, imprenditori nella miseria, e significano molto agli occhi del semplice cittadino, che cammina per strada.

Quando ne aumenta il numero, è crisi. Punto. Non servono statistiche o professori ad insegnarlo, il ragionamento vien da sè e non fa una grinza: se  sono aumentati, vuol dire che sono diminuiti i posti di lavoro, è aumentata la povertà.

In questi ultimi anni l’incremento è stato notevole, lo ascolti dalle voci delle persone comuni (“ci sono sempre stati, ma mai tanti”), lo confermano i metre a penser (Roberto Giusti, dalle colonne de “El Universal”, afferma che tra disoccupati e impiegati nel settore informale si arriva ad un 75% della popolazione, senza posto fisso), ma soprattutto lo vedi con i tuoi occhi.

Nelle folle all’imbocco dell’autostrada : tutti con lo stesso prodotto ( non so cosa sia, ma era contenuto in una confezione bianca), e non sono poche decine.Centinaia, centinaia di persona. Apocalittico.

Lo vedi nelle donne che con un cellulare in mano e un cappellino con scritte le tariffe, vendono per strada telefonate sul cellulare.

Lo vedi  nelle macchine ferme a vendere biscotti ad ogni angolo, e poi nelle bancarelle che affollano la città-

       In fondo un dramma, e non si tratta di immigrati o degli strati bassi della popolazione.

A vendere biscotti per strada a volte sono anche professionisti, o persone della classe media, impoveritisi in questi ultimi anni, perdendo il lavoro. Ricordano il medico ceco di Kundera costretto a lavar vetri.

Molte sono persone scolarizzate, con le aspirazioni pacifiche (mediocri) della classe media. In Europa guiderebbero una Nissan, e chiederebbero restrizioni contro gli ambulanti e gli immigrati, qui invece ai margini ci stanno loro: costretti a subire  gli sguardi e la parole infastidite di “pares”, di simili solamente più fortunati.

Qualcuno li compatisce, qualcun altro li accusa.

Pietà e fastidio sono compagne di vita. I commercianti li vedono come concorrenti sleali (“loro le tasse non le pagano”) ma la vecchietta appena uscita dalla messa non ha dubbi “meglio così, altrimenti sarebbero costretti a rubare” . Qualcun altro opina : “gli ambulanti sono dappertutto, anche in Europa”. Si, è vero, ma in Europa è un fenomeno marginale, che riguarda immigrati e persone che nel mercato del lavoro non riescono ad entrare, non i fuoriusciti, protetti da reti sociali.Un fenomeno diverso.

E qui quale altra alternativa avrebbero? Rubare, mendicare, iscriversi al partito comunista? Assaltare la bastiglia?

Non riuscirebbero a fare nulla di tutto questo: classe media perinde ac cadaver.

Poniamoci adesso una domanda.

   Che peso hanno per l’economia: sono innanzitutto uno spina nel fianco per la scienza economica

Gli economisti hanno bisogno di dati, per ragionare, o di stime, per prevedere. Questi sono desaparecidos, persone che non appaiono in nessun registro, non pagano tasse, non sono protetti da alcuna garanzia sociale, non versano contributi, mai avranno la pensione, non si rivolegeranno a nessun giudice. Buchi neri, se dovessimo inventarci un neologismo, questo, in fondo,  sarebbe senza dubbio il più azzeccato.

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