|
Polarizzazione: vero o falso?
La polarizzazione della società
venezuelana è opera del linguaggio contundente ed aggressivo
di Chàvez, o è il portato conclusivo di ventanni di
diseguaglianze in crescita?
La questione è sicuramente cruciale, e non tanto nell’ottica
oggettiva degli osservatori stranieri: probabilmente, all’unanimità, tutti
concorderebbero nel situare la verità nel mezzo. La questione così lontana
dalla politica spicciola delle folle, qui in Venezuela è centrale per i
venezuelani stessi, da quelli poveri che abitano casette di mattoni rossi
sulle colline, al ricco discendente europeo, che normalmente se ne starebbe
a fumare sigari cubani- pur odiando cuba- sulla terrazza di casa.
Una domanda che in Europa sarebbe oggetto di dibattito tra
colti specialisti, qui diventa sale quotidiano, questione ineludibile,
spartiacque tra bene e male. Ma avviciniamoci maggiormente
Quel che gran parte dell’opposizione sostiene è che la
polarizzazione della società, ossia lo scontro tra ricchi e poveri, sia
stato creato dal linguaggio, e dalla politica, di Chàvez, attraverso il suo
”
atteggiamento escludente e persecutorio, e la distribuzione parziale e
del denaro pubblico” , questo quanto afferma Oswaldo Barreto l’8
settembre 2004 nell’ultimo di una serie di articoli (“el mito de la
Venezuela polarizada”-3,5,6,8 settembre) sul mito della Venezuela
polarizzata apparsi su TalCual,
periodico di sinistra antichavista.
Barreto parte dall'analisi di Margarita Lòpez, per
trarne conclusioni opposte.
Margarita Lòpez Maya
storica venezuelana, in un intervento il 27 agosto, in linea con la vulgata
internazionale,e con la posizione filo-chavista, ha analizzato la vittoria
referendaria del 15 agosto attraverso la analisi-contrapposizione
povero-ricco, mulatto e bianco, maggioranza dell’uno sull’altro: “Siamo
una società frammentata in due pezzi, i cui limiti economici, sociali,
speciali, culturali e politici si ritraggono in una logica di classe; chi è
povero è chavista, perchè con lui tiene la speranza di un cambiamento per
lui e per i suoi figli, il discorso ed il progetto boliviano lo includono,
gli danno una identità ed una appartenenza dal quale può muoversi in questa
selva che è il paese globalizzato dal capitale finanziario transnazionale.
Se è della classe alta è antichavista, perchè quì gli prospettano un
immaginario occidentale e moderno, fondamentalmente bianco, anglosassone e
con il quale si identifica pienamente. I dirigenti della opposizione sono
suoi simili, confida che loro gli garantiscano la sua proprietà, e libertà
dinanzi alle minacce delle “turbe”.
Come già
accennato la visione della Lòpez viene
censurata da Oswaldo Barreto, che pur ammettendo la polarizzazione attuale,
sintetizzata bene dalle parole di Mariè Delcas dalle colonne del Le Monde (
i poveri adulano Chàvez, i ricchi lo odiano), dà di questa una
sfumatura differente, non leggendola come portato storico
della realtà politica-economica venezuelana, bensì
come frutto dell' irruzione politica
di un presidente aggressivo, sempre pronto ad accusare ed offendere
l’opposizione “escualidos” (squallidi), insuperabile nello spaccare
la pacifica società venezuelana
Sostiene
Barreto che il Venezuela non ha una vocazione razzistica, o di esclusione.
.Rispetto ai “momios” del Cile, e ai “señore blancos” del Colombia non ha
neanche una oligarchia con potere e coscienza di classe. “ Siamo noi
venezuelani un popolo di meticci simile a quelli degli altri paesi
dell’America Latina. Ma su questi tratti comuni risalta un fatto non tanto
ovvio, però sufficientemente studiato e verificato dagli studiosi sociali;
siamo il paese dell’America Latina dove le specificità dei diversi gruppi
etnici sono andate sparendo nella costituizione di un tronco comune. In
termini antropologici e sociali: in Venezuela le specifiche differenze
culturali e sociali dei gruppi etnici si sono andate sfumando man mano che
si è andata formando una cultura comune per la maggioranza delle persone”
e conclude “ La gente comune è convinta che sia stato Chàvez a costruire
due mondi contrapposti. In primis con discorsi persecutori ed escludenti, e
poi con la ripartizione parziale dell’entrate pubbliche”.
Ecco,
quindi l’idea, peraltro maggioriataria in una Caracas che nel referendum
votò con una lieve maggioranza contro Chàvez.
In una
Venezuela, fiore all’occhiello del Sud-America, capace di essere democratica
quando il resto del continente era in preda a dittature militari, capace di
creare un percorso di crescita comune, è piombato il viso indio di un
presidente di una parte contro l’altra, che governa in suo nome, e ignora
l’esistenza di una minoranza consistente che nelle sue parole stenta a
ritrovarsi.
Chi avrà ragione? |