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Caracas, 20 giugno 2004 "...L’Europeo (inteso come campionato) visto dal Venezuela non è per niente una semplice competizione sportiva: è l’argomento del giorno, capace di offuscare nei discorsi anche la drammaticità della situazione politica ed economica..."
Gli europei, da qua
Ci troviamo al centro commerciale Sant’Ignacio. Uno dei centri commerciali di Caracas più entusiasmanti, ipermoderno, con scale mobili che si incrociano e ascensori che volano rapidamente dai garage sotterranei fino alle vette- L’occasione è entusiasmante, per gli europei di calcio è stato montato un maxischermo con di fronte delle minigradinate. E per ogni partita, assicurano i gestori, le gradinate sono piene- Potresti chiederti cosa c’entra il Sud America con gli europei, potresti chiederti cosa ci fanno queste gradinate, e perchè in occasione della partita dell’Italia con la Svezia sono strapiene? La risposta è chiara, il Venezuela è una costola dell’Europa, rifugio nel dopoguerra (primo e secondo) di una quantità enorme di europei, in cerca di quel lavoro e di quelle opportunità che mancavano nella terra natia, e rimasti comunque legati alle proprie origini. L’Europeo (inteso come campionato) visto dal Venezuela non è per niente una semplice competizione sportiva: è l’argomento del giorno, capace di offuscare nei discorsi anche la drammaticità della situazione politica ed economica. E’ un tutti contro tutti entusiasmante, portoghesi contro spagnoli, spagnoli contro tutti, tutti contro gli italiani. I portoghesi sono abili panettieri e pasticcieri, gli italiani ottimi calzolai e falegnami, e così comprare il pane durante l’europeo può significar dover subire gli sfottò del panettiere, o dover sopportare le pernacchie degli italiani. Se perdi, se sei fuori è meglio non uscire di casa per un po’, o forse è meglio uscire,...ma si..., a dirla tutta lasciarsi “sfottere” fa parte del gioco, dei codici di comunicazione che in questi anni hanno unito persone che venivano da storie diverse e parlavano lingue diverse. Lo sport, in questo, ha unito, anche se sotto forma di odio cordiale.
Torniamo alla partita Italia-Svezia. Le gradinate sono piene, italo venezuelani, soprattutto ragazzi, con le bandiere e con cappellini azzurri, con i colori del tricolore dipinti sul viso; dall’altro lato, silenziosi, tutti coloro che tifano contro l’Italia, perchè le squadri forti attirano sempre odio. Alcuni ragazzi hanno portato anche i tamburi e allora pensi: diamine, neanche in Italia è così. Nel Consolato italiano le televisioni accese trasmettono la partita, ma a vuoto: non c’è nessuno a guardarle: sono le due e mezza e gran parte dei dipendenti si sono trasferiti al centro italo venezuelano, dove, in compagnia del buon vino italiano, brinderanno (o non brinderanno) ad una partita sofferta. Per il resto è una partita come tante, l’Italia attacca, ma alla fine non vince: non fa niente, la festa continua, l’appuntamento è a martedì. |