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-Caracas, 20 agosto 2004-
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Venezuela e pensiero liberale
Oggi commentiamo un articolo apparso sul periodico on-line, Venezuela Analitica, scritto da Alberto Mansueti. Intitolato “le sedici verità che non si dicono in Venezuela”, propone una tesi altrettanto rivoluzionaria, a quella di Chàvez, però alla rovescia. Il Venezuela vive da sempre, secondo l’autore, la mancanza di una svolta neoliberale, ossia di un superamento dello “statalismo” i cui mali sono corruzione, aumento della spesa pubblica, indebitamento. Lo stesso governo Perez, considerato da tutti neoliberale, altro non proponeva che inalterare la presenza dello Stato,variandone semplicemente le fonti : il ricorso al debito estero, ad esempio, nasceva esattamente dall’esigenza di “mantenere” la dispendiosa macchina statale. Ma allora, se neanche Perez è neoliberale, perchè tanto accanimento contro il neoliberalismo che pare non esserci mai stato? Il neoliberarismo supposto è solamente una parolaccia con la quale si tenta di screditare il contendente, accusandolo di disattenzione verso l’esigenze del popolo. La verità è che in Venezuela domina un impianto di pensiero nato e cresciuto tra le braccia del socialismo
L’autore è fermo nel considerare questa l’unica vera dottrina dominante il Venezuela dal 1928. La differenza tra l’opposizione ed il governo non è, quindi, di orientamento, in entrambi casi social-statalista, ma di modernità. Chàvez rappresenta la sinistra ultima, quella di ispirazione no-global, ecologista, indigenista, terzomondista, al contrario, l’opposizione, si richiama ad uno statalismo più classico, fatto soprattutto di sussidi economici, senza accentuazioni ideologiche. Il vero male, dunque, è una politica che mai sembra potersi liberare del vero tiranno: il potere statale omnicomprensivo e goloso nel fagocitare le speranze dei venezuelani. L’autore si scaglia, infine, contro la demolatria: l’idea dei politici di dover ad ogni costo accontentare il popolo, rinunciando a provvedimenti impopolari, ma utili, solo per mantenere inalterato il consenso.
Ho riflettutto sulle idee di queste autore, e mi permetto di contribuire con alcune riflessioni. Il pensiero liberale, in cui la politica lascia sempre più spazio al mercato, affinchè non divenga regressione all’epoca dello schiavismo, o giungla da legge del più forte, necessita innanzitutto di quello di cui il premio nobel Sen insiste spesso, una uguaglianza di punti di partenza, in cui ipoteticamente il figlio del contadino, e del direttore di banca, abbiano le stesse possibilità di emergere. A questa condizione si può accettare che ci sia un forte più ricco ed un debole più povero, dunque il pensiero liberale dovrebbe prevedere che ciascuno dalla nascita abbia educazione,vestiti, cibo, casa. Ecco che se lo statalismo significa occuparsi di questa esigenza, ben potrebbe rientrare nello schema liberale, anzi ne sarebbe il pungolo necessario, per il bene di tutti. Dunque lo statalismo non è in contraddizione con il pensiero liberale. In secondo luogo, le problematiche dei paesi sud americani sono diverse da quelle dei paesi europei. Un paese sud-americano deve necessariamente anteporre la politica all’economia, per un’intrinseca debolezza economica nel panorama di competizione globale. Il rischio, altrimenti, sarebbe diventare territorio di conquista dei potentati economici, a rischio di perdere la propria sovranità nazionale. Paesi come la Germania, o il Giappone, o la Francia, invece, potrebbero ipoteticamente lasciare sempre più spazio al mercato perchè basati su struttura economico-sociale che ben potrebbe essere trainata dal solo sistema economico, che essendo competitivo a livello internazionale, reperirebbe nel “sistema pianeta” le risorse necessarie per autoalimentarsi. Il libero mercato dà effetti diversi a secondo del paese: per uno può significare perdita di sovranità, per altro libertà di poter “colonizzare economicamente”. Terzo appunto. Il Venezuela nasce nei tempi modereni come “petrolio-dipendente”, ossia il petrolio è la prima fonte di reddito, e quello su cui si basano le entrate statali: questo monocultura, in mano ad un solo padrone, necessariamente ingrassa il potere centrale, con tutte le conseguenze negative che esso comporta. Diviene allora la vera sfida neoliberale cercare la strada per diversificare l’economia: non che prima non si sia tentato di “sembrar el petròleo”, ma dinanzi al fallimento di un tentativo non si può rinunciare a compierne altri. Si studino leggi a favore dell’imprenditoria giovanile, con sussidi economici, per esempio. Clicca, per tornare alla pagina iniziale
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