|
19 novembre 2006
IL
NEW YORK TIMES INVIA
UN
CORRISPONDENTE A CARACAS
Non è una notizia, ma incide sul mondo del
giornalismo
Ci sono
notizie che non saranno mai notizie, ma hanno un peso decisivo nel
giornalismo e quindi nel modo in cui ci guardiamo allo specchio. Un mese fa
a Caracas il New York Time ha inviato un corrispondente fisso, Simon Romero.
Prima la sede di corrispondenza per l’aria andino-caraibica era Bogotà, ma
Chávez con la sua politica estera aggressiva, il petrolio, il consenso delle
masse, e l’indubbio fascino che esercita sugli intellettuali dell’occidente
ricco, ha scavalcato la Colombia del narcotraffico e della guerriglia. Se il
New York Time prende questa decisione è una segnale che condiziona
l’opinione pubblica mondiale: tutti i giornalisti, da Roma a Lima, leggono
il più importante quotidiano nord-americano, di conseguenza avranno più
notizie sul Venezuela, e più ne produrranno. Se la scelta, per esempio,
fosse stata fatta dal Corriere della Sera o da Repubblica, che a causa delle
limitate dimensioni non hanno un sistema di corrispondenze paragonabile a
quello del Nyt, avrebbe effetti solo sull’opinione pubblica italiana. La
differenza è tutta lì: mentre il Nyt non legge il Corriere, il Corriere sì.
Il sistema giornalistico internazionale è piramidale. Chi sta al vertice
partecipa silenziosamente ai comitati di rediazioni di tutti i grandi
quotidiani del mondo.
Non solo il Nyt, ma anche The Guardian adesso ha un
proprio corrispondente a Caracas, Rory Carrol, direttamente dal Sud Africa,
nonché apprezzato inviato nella guerra in Iraq. Un segnale che verrà
interpretato da altri grandi giornali in competizione diretta per preparare
una risposta.
Detto questo bisogna aggiungere che non necessariamente
ciò che è notizia per gli Stati Uniti può esserlo in Italia. Gli interessi
della potenza nordamericana sono molto diversi rispetto ai nostri. Gli Usa
importano il 70% del petrolio venezuelano, se Chàvez chiude i rubinetti i
primi a risentirne sarebbero loro.
|