Caracas, 17 novembre 2004

"...Esiste una compito, per questi uomini in bilico, emigrati senza averlo scelto, un compito ineludibile, duro (come uno squarcio emotivo) ma necessario: gestire la transizione, traghettare i propri figli verso l’altra sponda, , verso la fuoriuscita dalla dimesione dell’ “emigrante”..."

Il mistero di una

 identitá in bilico:

 italiani o

 venezuelani?

 

Piero Armenti

Due terre in un solo corpo è questa la realtá dell’Italo-Venezolano, dove il trattino non puó essere soppresso”.  E’ cosí che si conclude l’intervento sullo speciale de “La Voce d’Italia” di Massimo Desiato. Uno speciale dal titolo “Noi che non abbiamo scelto di emigrare”: quelli che “emigrati in Venezuela ” ci sono nati, per diritto acquisito, in una Venezuela con padri, e madri dall’inconfondibile accento italiano:   senza scelta  (tertium no datur, dicono i giuristi, ma nel loro caso neanche secundum) .

 

 “Decisioni dure prese senza chiedere il permesso, decisioni di grandi che trascinavano dietro i piú piccoli, segnandone la vita” scrive Marisa Bafile, uno delle voci pensanti piú influenti per i Venezuelani-italiani (o al contrario).

             Un’ereditá pesante, quindi, che li  lega indissolubilmente ad un doppio filo, anzi ad  un  triplo filo, in questa loro vita di frontiera: quello  dei ricordi di famiglia, dell’Italia, mitizzata, filtrata attraverso foto e viaggi, e poi  quello della propria vita, delle proprie emozioni, che

hanno radici solide in  questa terra dal profumo tropicale.

 Ma c´è ne è  un terzo, sottile, ma forte, difficile d’ammettere, perché contraddittorio, infuocato, che spinge a chiedersi continuamente di sé: quello di un’identitá pendente, irrisolta, in bilico tra l’ essere italiano e l’essere venezuelano. Il trattino, che cosí piccolo Massimo non vuole sopprimere, è l’ammissione di una colpa che non fu: non aver mai potuto essere completamente uno, definitivamente l’altro. Ma ancor di piú. Il conflitto è diventato un fosso da saltare: non potevano loro, italo-venezuelani, lasciare che i contrasti inevitabili tra queste due coscienze  si annichilissero nell’irriflesione (colpa grave), dovevano trovare un punto d’incontro ragionato con la  convinzione che si puó essere  sia l’uno che l’altro, tra contraddizioni e conflitti, peró senza eccessivi problemi, italo-venezuelani appunto.

 La questione, se pur definitivamente ( o apparentemente?) risolta (italovenezuelani appunto), rinasce continuamente  sotto forma di  domanda, che si muove dal ventre, e ribatte sulle stesse cose, da anni scritte,dette pensante…ma continuamente ridomandate. Italiano o Venezuelano?

 

Non è questione puramente nominale, definitoria (la filosofia contemporanea  conosce bene  il peso delle parole), è questione di vita- o stile di vita:  di scelta , di elezione (etimologicamente inteso) sulla propria pelle, ma, ancor piú, su quella dei figli, di quelle terze generazioni  in bilico, con i bagagli pronti (ancor piú dei padri).

Perché il rischio della “italo-venezuenalitá” è di sbiadire la seconda parte della parola, quella dopo il trattino: sbiadirla e lasciarla ad una dimensione puramente folcloristica, alimentare, cerimoniale ( Il Venezuela delle arepas e la carne mechada).

 

Dietro l’angolo é il rischio del ghetto italico, del  vivere selezionando, con cura maniacale e chirurgica, i luoghi, i centri, o compagni di provata  italianitá: passare dal centro italo, al lido di italiani, alla scuola italiana, lasciando che il Venezuela scorra ( e muoia) dai vetri anneriti della propria automobile. L’illusione maldestra di ritagliarsi uno squarcio di primo mondo? Fingere che il Venezuela sia solo frutta tropicale,e la brezza calda di morrocoy, niente altro? E poi fino a quando? Fino alla centesima generazione di italiani in Venezuela?

 

Esiste una compito, per questi uomini in bilico, emigrati senza averlo scelto, un compito ineludibile, duro (come uno squarcio emotivo) ma necessario: gestire la transizione, traghettare i propri figli verso l’altra sponda, , verso la fuoriuscita dalla dimesione dell’ “emigrante”, per una venezuelanitá piena, definitiva, non dubbiosa e á la carte, in cui la italianitá diviene questione di discendenza, di sentimenti, di ricordi, ma non piú questione di identitá (quest’ultima dovrá scolorirsi).

Un compito che verrá rifiutato da tanti, emozionalmente legati all’invincibile mito del ritorno, e incapaci di lasciar da parte la forza di un nome (Italia) che è un marchio ed una garanzia.

 

Ripeto: non sará la semplice (e forse stupida) questione di se si ami piú la mamma o il papá, sará  la questione piú impegnativa, e scontrosa,  di capire il limite oltre il quale dichiararsi italiani significherá di-sintegrarsi (non sopprimete  il trattino, vi prego) come venezuelani.

 Sforzarsi, come abili equilibristi, nel tentativo di non rovinare un rapporto d’amore  tra due terre tricolori. Come si rovinerebbe?  Presumendo, e lo si fa a volte inconsciamente, a volte stupidamente,  che l’una sia migliore dell’altra, e che a quello bisogni esclusivamente richiamarsi.

 

Un ultimo punto va affrontato.

E’ l’accusa mossa troppo spesso, e frettolosamente, sull’utilitarismo della doppia identitá.

 

Si è amata di piú  l’Italia nei momenti di difficoltá del Venezuela? E’ il rapporto tra Venezuela-Italia un rapporto di pura convenienza: di fuga tra due mari, quando l’altro è in tempesta.Una copertura sentimentale ad una veritá di portafogli?

 Potrebbe, ed è una obiezione che loro, gli italovenezuelani, non vogliono  schivare. Vogliono e possono rispondere. Vista dall’Italia la loro fuga, o la tentazione di fuga (negli ultimi anni),  potrebbe ricevere condanna, senza appelli, perché le difficoltá, principio base, non si fuggono.

 

Ma loro, che la tentazione l’hanno avuta, hanno spesso scelto di rimanere  qui, in questa terra, nonostante le difficoltá e la paura, nonostante qualcuno non se lo aspettasse. Ed allora è un’accusa che va ritirata. Ognuno, ciascuno,  cerca di ritagliarsi il proprio spazio di felicitá( o serenitá) su questa terra, non mi riferisco  al  wright of happiness statunitense (pur valido), ma alla battuta di chiusura del Candide, di Voltaire (Cela est bien dit, répondit Candide, mais il faut cultiver notre jardin), che finí per coltivare il proprio giardino. Quando si puó si cerca  di vivere la propria vita al meglio: che sia Italia, Venezuela, o altrove.

  Che sia impegno civile o imprenditoriale, impegno sociale o pura elemosina. La Rivoluzione francese fu soprattutto questo, capire che “anche io  come te”. Punto. e a capo.

Insomma legittimo é scegliere continuamente dove rimanere, che fare, secondo le nostre attitudini,le nostre speranze, i nostri desideri. E’ legittimo per tutti.

Nulla quaestio.

Concludiamo, allora, con le parole profetiche di Massimo Desiato, con le sue lettere di frontiera:

 “ L’emigrante, è ad un bivio, anzi, in maniera piú stranziante l’emigrante è egli stesso un bivio”.

 Fino a quale generazione?

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