-Caracas,13 maggio 2004-

 

" ...Caracas è esattamente cosí, e non per scelta, perché non aveva alcuna scelta...."

           Il tempo di uno sguardo           

Piero Armenti

      Prima di immergermi, con occhio scrupoloso, nelle miserie e nelle presunte veritá di Caracas, mi fermo un attimo, prendo fiato, e mi concedo una leggera divagazione, per cosí dire, "estetica", rispetto allo psicodramma politico circostante.

       Quando immaginate Caracas, immaginate una cittá sud-americana, di quelle caotiche, grandi, spaziose, che giá a vista d’occhio mostrano le proprie immense contraddizioni: quartieri poveri di fianco a ville ricche, belle donne mulatte e visi scuri, automobili nuovissime e carrette bruciacchiate, sudore  e... .

Fate bene. Caracas è esattamente cosí, e non per scelta, ma perché non aveva alcuna scelta.  Incapace, come in fondo il sud-america, di formare una classe media che guarda verso un benessere sempre maggiore, e che si riflette, politicamente, nel tipico  riformismo europeo (ambidestro),  Caracas conosce due sole dimensioni:  il popolo povero “los pobres”, e la classe medio-alta, (senza dimenticare la classe ricchissima e poverissima, ma per ora irrilevante).

Vive questa spaccatura con ansia e contrasto, e spesso la intreccia con altre : la classe medio-alta (che qui si considera medio-medio-alta, e non si sa perché, forse per umiltà o aspirazione) è spesso composta da emigrati europei (italiani a frotte, campani, veneti, pugliesi, calabresi) venuti nel dopoguerra e, da poveri, tramutatisi in classe produttiva ( chi,d’altronde, non ce la faceva, tornava nelle proprie regioni di origine), dall'altro lato gli autoctoni, mai arricchitisi veramente, escluso chi optó per la politica, o la carriera militare.

La classe medio-alta vive in quartieri blindati, situati in zone residenziali, con cancelli e vigilanti privati, o in palazzi circondati da recinti con filo spinato elettrificato (almeno cosí c'è scritto su); camminano in macchine dai vetri oscurati (per il sole, dicono, e per sicurezza, non dicono), e rimangono, nonostante tutto, stranieri, anche dopo anni ed anni di permanenza. Se sono italiani si sentono Italiani all’estero, seguono la Rai Intenational come momento di “comunitá”, e amano l’Italia di Vieri e la Ferrari, come l'acqua di se fossero piante. Sperano nel ritorno, ma come momento epico che in fondo non vogliono né cercano, se stanno bene hanno amici e abitudini, e vogliono rimanere con entrambi.

I poveri, invece, sono…poveri, vivono nei ranchitos, case di mattoni rossi e calce, accalcate, senza cognizioni tecniche, sulle collinette circostanti, su terre dello Stato, che, beato lui,  lasciava fare per dovere morale, ed  ammissione di colpa: la casa è vita,  e viene prima del concetto di proprietá.

Queste colline con queste casette rosse sono, in fondo, belle, se non pensi  alla miseria, al dolore che vive (anzi muore) lí dentro; sono urbanisticamente zone, in un certo qual modo, frutto della pianificazione della povertà, che costringe, a chi costruisce, ad usare materiali poveri: i mattoni rossi e la calce, oltre ad una buona dose di muscoli. Nei quartieri ricchi pianificazione zero, tutto è disperatamente disordinato: palazzi alti e palazzi bassi, stili diversi, nati lá come funghi, selvaggi.

Ed ecco allora la mia divagazione concludersi con questa osservazione: Caracas è lo specchio di un Sudemerica dove si incontrano, e scontrano, autoctoni ed europei, senza aver trovato mai una piattaforma comune da cui partire, ma ognuno facendo quel che sapeva fare, all’ombra di un’autoritá statale percepita come corrota, e difatti rinunciataria dinanzi alla mole di problemi da affrontare. L’urbanistica della cittá sembra confermarlo: tutto è nato senza progetto, ma per sviluppo naturale del privato, elevato a cardine della vita politica, e a pungolo insostituibile dello sviluppo selvaggio.

 

Clicca, per tornare  alla pagina iniziale