"... Adesso si conta
Giovedí 12 agosto: termina la campagna elettorale. Mancano 48 all’apertura delle urne, e l’attesa mantiene con il fiato sospeso tutta l’America, dai ghiacciai dell’Alaska, alla terra del fuoco. Il Venezuela è una pedina fondamentale nello scacchiere internazionale, unico paese sud-americano nell’Opec (paesi produttori di petrolio), ai primi posti nell’esportazione del petrolio, capace di condizionare il prezzo del barile (che ormai non vuole fermarsi). Ma non è solo questo. Non è solo questo a mantenere alta la tensione, e l’attenzione internazionale . In Venezuela, per la prima volta, si andrá a votare tra le idee economiche neoliberali e quelle neosociali, proprio mentre in tutto il mondo ferve la discussione su globalizzazione ed affini. Il Venezuela ad un crinale. Il 15 agosto entrerá nella storia comunque, del Venezuela del Sud-America, ma, non si abbia paura a dirlo, l’eco di questo giorno si sentirá ovunque. Mentre il mondo è spaccato tra vecchie idee, e nuove risposte, qui in Venezuela le idee diventano fatti, la spaccatura politica lotta, i movimenti sociali acquistano potere. Votare, contarsi, equivarrá a misurarsi con la realtà, a cristallizzare le incertezze di questi ultimi anni . Ma soprattutto a misurare la salute del “pensiero no global”, e la sua incidenza popolare.
Dopo le immagini del muro di Berlino fatto a pezzi, simbolo di una lotta terminata, la storia è in affannosa ricerca di altre, che possano esprimere il nuovo conflitto mondiale, questa volta non tra due potenze, ma tra un sistema in crisi, ed uno che cerca di sorgere dai bassifondi dell’umanitá. Potere contro persone. Realtà che muoiono, realtà che crescono. Ma torniamo alla cronaca dell’ultimo giorno di campagna elettorale. L’opposizione democratica è una fiumana di gente, un colpo d’occhio incredibile, tutti riuniti nelle vicinanze dell piazza Altamira, tutti assieme nella speranza di abbattere il presidente, è un’apoteosi di colori: quelli felici dell’arcobaleno. Leader del giorno è il governatore dello Stato Miranda ( stato in cui è ricompressa una parte di Caracas). Si chiama Enrique Mendoza, capelli bianchi e volto gioviale. Le sue parole sono intense,semplici, dirette. Invita a collocare su ogni balcone il tricolore, simbolo di una patria ferita, che deve rialzarsi soprattutto impegnandosi nella prima priorità: lavoro, lavoro vero per chi non ce l’ha. Ricorda i prigionieri politici di questo governo (Henrique Capriles Radonsi, sindaco di una cittá del Táchira),e si augura l’inizio di un nuovo tempo : di “certeza, seguridad, confianza”. Dall’altro lato della cittá i simpatizzanti di Chávez si riuniscono festanti davanti al suo palazzo. Il Presidente è sicuro di vincere, ma quel di cui piú si preoccupa è tranquillizzare i venezuelani, tutti i venezuelani: "la democrazia sta reggendo, il processo elettorale sará limpido, se perdo me ne vado”. Grande gesto di responsabilità politica, questo suo, cosí come responsabili sono le dichiarazioni del vicepresidente Rangel. In una intervista al “El Universal” assicura: “se Chavéz cade, io non prenderó il suo posto”, come pur potrebbe secondo alcune interpretazioni costituzionali- E difatti Chávez sa che il primo suo dovere di statista ora come ora è calmare gli animi per evitare il peggio. Chiunque vinca è necessario soprattutto evitare violenze; vinca chi vinca l’altro dovrá accettare la sconfitta, proprio per questo molti sperano che lo scarto tra il si e no sia tale da evitare dubbi. Il Venezuela deve ritrovare la calma e l’equilibrio per poter crescere. Ma chi vincerá? Non ci sará modo di saperlo prima di lunedì, su questo ci sará molta severità: che nessuno diffonda risultati prima del tempo- Per il resto i sondaggi attuali sono inattendibili: ce ne sono di tutti i colori, alcuni che danno vincente il SI, altri il No. Insomma, che il fiato rimanga sospeso. Clicca, per tornare alla pagina iniziale
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